L'ECO del Territorio

 

N. 13 - 7 luglio 2002

Pro Tadino Prima pagina Edizioni Sommario

Territorio

 

I Templari sul monte Cucco (2)

Ipotesi e testimonianze sulla presenza dei Templari nel territorio

di Euro Puletti


Alla fine del secolo X, in una località imprecisata, compresa tra Purello (Villa Sancti Apollinaris) e Villa Scirca (Sirca) si ergeva un castello di fondazione altomedioevale, passato alla storia con il nome di Ghelfóne. È assai probabile che esso fosse di proprietà dell’antichissima ed illustre famiglia nobiliare De Guelfonibus, Guelfóni (o Ghelfóni), signori di Costacciaro e Colmollaro, dalla quale il maniero potrebbe aver mutuato anche la propria specifica denominazione. È, altresì, possibile che quest’antichissimo castello, di cui si è completamente perduta la memoria storica, possa essere identificato con gli imponenti resti di mura che sorgono, ad oriente del paese di Villa Scirca, sopra altrettante alture, Il Poggio de le Salare ed Il Poggio degli Ortacci, facenti entrambe parte del Monte Sassubaldo. In quest’area doveva, infatti, sorgere un castello assai vetusto, Castelvecchio, ricordato ormai più solo dal nome di un’abitazione del paese.

Nel 1239, in un documento vergato nell’abbazia di Insula Filiorum Manfredi, si cita, per la prima volta a mia scienza, un membro del prestigioso casato Armanni, in quanto possessore di alcune terre: "Res Andree Armanni". Non sembra affatto casuale la circostanza secondo la quale il presidio militare di Pascelupo comincia ad apparire citato, in documenti scritti, solo poco dopo la soppressione dell’Ordine Templare. Si è, infatti, portati a pensare che, prima di tale data, i Templari di Perticano e Casalvento, e, forse, dello stesso San Girolamo, fossero ancora intenti a fortificare tali luoghi confinari. Persino le testimonianze storico-documentarie certe della presenza di uno stanziamento eremitico a San Girolamo risalgono al periodo immediatamente successivo alla soppressione dell’Ordine dei Templari.

Come sì è sopra accennato, soltanto un potente e ricco Ordine militare, politico e religioso, come quello dei Templari, poteva avere i mezzi finanziari per erigere, tra il XII ed il XIV secolo, le imponenti strutture dell’eremo primitivo, o medioevale, o "pre-giustinianeo" che dir si voglia. Un presidio militare di carattere unicamente secolare non spiegherebbe, infatti, la necessità della costruzione di un sacello. Il cabreo, che si conserva nell’archivio di Sassoferrato, mostra come l’Ordine religioso-cavalleresco degli Ospitalieri di San Giovanni, che, in Italia, ereditò i possedimenti e molte delle tradizioni dei Templari, possedesse talune proprietà a Perticano e nei suoi contorni. Una croce, scolpita in bassorilievo sulla viva roccia dell’Eremo, sembrerebbe, inoltre, essere d’apparente tipologia templare. Significativa, in questo contesto, risulta, altresì, la vicina presenza dell’importante e grandiosa abbazia di Sant’Emiliano e Bartolomeo Apostolo in Congiùntoli, eretta, originariamente, per custodire le reliquie del soldato martire Emiliano e di una santa donna con due figli gemelli.

Tra V e VI secolo, infatti, dalla Sardegna (forse dall’antico centro fenicio-punico e poi romano di Sulci, l’attuale Sant’Antìoco, dove si hanno memorie del passaggio dei primi testimoni della nuova Fede) furono traslate a Gubbio le reliquie d’alcuni santi martiri di Numidia (+ 259): quelle di Mariano (lettore) e Giacomo (diacono) furono portate nella cattedrale, di cui divennero i titolari; quelle d’Emiliano, soldato martire e di una santa donna con i due figli gemelli, martiri anch’essi, furono traslate in località Congiùntoli, dove, poi, forse su di un preesistente luogo sacro pagano (il paganesimo considerò sempre le confluenze fluviali e torrentizie, così come il trivium stradale, anch’esso presente in questo sito, luoghi sacri, perché fungenti da metafora oggettuale del concetto della coincidentia oppositorum, la ‘conciliazione delle manifestazioni e delle realtà antitetiche’), fu edificato (all’interno della diocesi di Nocera Umbra e nella parrocchia di Perticano) l’eremo di cui ci parla san Pier Damiani, e, in progresso di tempo, tra il principio del XIII e gli inizi del XIV secolo, l’attuale chiesa e complesso abbaziale.

Solo la ricchezza di un Ordine religioso cavalleresco come quello dei Templari, che, lo ripeto, aveva una precettorìa proprio nella vicinissima Perticano, poteva far fronte alle ingentissime spese derivanti dalla costruzione del cenobio, e, soprattutto, della magnificente chiesa dagli altissimi archi a tutto sesto di stile romanico-gotico. Le linee sobrie ed essenziali di tale tempio cristiano, poi, ben si attagliano allo stile spoglio e purissimo che caratterizzò l’architettura sacra prediletta dai Templari, con l’angolo retto quale elemento costruttivo di base, che unicamente ingentilivano taluni austeri fregi scultorei, in corrispondenza di finestre e capitelli. Una croce greca, cui s’è poco sopra accennato, datata all’anno 1286, è murata sopra l’arco sestiacuto della finestra della navata laterale della chiesa, che guarda verso il retrospetto del medesimo edificio. Non appare per nulla casuale il fatto che l’ambiziosissimo progetto della chiesa rimanesse incompiuto per probabile, improvvisa mancanza di mezzi finanziari, proprio al tempo della soppressione dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio di Gerusalemme, decretata nell’anno 1312.

Venuti a mancare i denari dei Templari, ma, probabilmente, anche la volontà (da parte dei loro acerrimi detrattori ed avversatori) di portare avanti il progetto (dall’Ordine religioso-cavalleresco stesso elaborato, e già parzialmente realizzato), la chiesa abbaziale dovette essere volutamente lasciata mutila ed incompiuta. Una precisa logica dovette, altresì, presiedere al ritorno dell’abbazia, nel 1930, alla parrocchia (un tempo precettorìa templare) di Perticano. L’ipotesi secondo cui la chiesa e l’abbazia di Sant’Emiliano furono erette e "gestite" dai Templari potrebbe chiarire anche la ragione della scarsità dei suoi documenti, che, come tutto ciò che riguardava i Templari (epigrafi, croci, monete, pergamene, precettorìe, domus, magioni e quant’altro), dovettero andare incontro alla distruzione fisica e ad una sorta di damnatio memoriae, di romana memoria.

(segue al prossimo numero)

 

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