L'ECO del Serrasanta

 

N. 11 - 9 giugno 2002

Pro Tadino Prima pagina Edizioni Sommario

La posta


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UN GUALDESE IN INGHILTERRA

Ma quanto bevono!


La prima volta che arrivai in Inghilterra fu l’anno in cui mi laureai ed insieme ad altri due amici decidemmo che il miglior modo per festeggiare la fine degli studi (a quel tempo sembravano davvero finiti) era fare un viaggio e, sinceramente non ricordo il come ed il perché, fu scelta proprio la Gran Bretagna come meta della nostra vacanza. Ci ritornai qualche tempo dopo insieme a Lorena, la mia ragazza, per partecipare al matrimonio della nostra amica Fiona; fu un matrimonio memorabile in uno splendido castello immerso nel verde del sud est inglese.

In entrambi i viaggi rimasi affascinato da questo paese perennemente sotto la pioggia, così ricco di verde, foreste e corsi d’acqua. Ricco di monumenti, favolosi castelli e paesaggi lontani da quelli a cui ero abituato. Trovai anche gli inglesi ospitali, cordiali e molto loquaci. Mi venne più volte da pensare a come poteva essere vivere lì, ad avere un vicino di casa di nome James invece che Giacomo, a giocare a cricket invece che a pallacanestro e bere il tè alle cinque invece dell’aperitivo alle sette. Non c’è mai il due senza il tre, come spesso si dice e succede, ed appunto ci fu un mio terzo viaggio in Inghilterra; questa volta non fu per una breve vacanza o un matrimonio o meglio ancora per un corso di lingua, ma per iniziare a viverci.

Arrivai a Bath, la città in cui adesso risiedo, una mattina di fine settembre e non potrò mai dimenticare la pioggia ed il gran vento che c’erano. Di giorni da quella mattina ne sono passati tanti, così come tante sono state le abitudini ed anche le stranezze che mi hanno colpito e che non mi hanno lasciato indifferente, degli inglesi e dell’Inghilterra.

Il clima innanzi tutto. Difficile capire se si è in primavera o in estate o in autunno; c’è un’unica stagione ed è quella delle piogge. Ma la cosa più sorprendente è vedere come in un solo giorno ci si alzi con il sole, si vada al lavoro sotto la pioggia, si pranzi guardando la neve venir giù e si vada a dormire con il bagliore ed il frastuono di un imminente temporale. Non è che giornate come queste siano una rarità, tutt’altro. Se uno osserva bene gli inglesi capisce che del tempo, e della pioggia in particolare, non si curano poi tanto, ormai rassegnati a conviverci. Non è che abbiano altra scelta, ovvio. Viene subito all’occhio il fatto che in pieno inverno, per strada, si incontrino uomini, donne, ragazzi e ragazze che vestono come noi vestiamo generalmente in agosto. Ancora mi chiedo come facciano. Ancora mi sorprende ogni mattina – alla fermata dell’autobus – vederli fare la fila ascoltando la musica da un walkman, senza battere denti, ed io coperto fino agli occhi pregando che l’autobus non faccia ritardo: ci dovrei essere abituato dopo due anni, no?

Bill Brison, divertentissimo scrittore americano, scrive degli inglesi e dell’Inghilterra: "…tutte quelle cose che sono necessarie per una buona riuscita del sistema socialista sono caratteristiche naturali degli inglesi. Accetterebbero con rara educazione la razionalizzazione, potrebbero fare la fila per tempi indefiniti ... e sono, come l’esperienza Thatcher insegna, tolleranti verso la dittatura". Fortunatamente non ci sono problemi di razionalizzazione, non ho vissuto gli anni della "dittatura" Thatcher, ma sul fare la fila anche per tempi indefiniti posso garantire di persona. Si fa la fila per tutto e quando dico tutto non intendo escludere o dimenticare nulla. Mettete un bancone per strada davanti ad un gruppo di persone e loro si mettono in fila, pazienti, composti ed ordinati. Scambiano qualche chiacchiera, per lo più del tempo; le signore parlano della puntata della sera precedente di East Enders (equivalente al nostro Un Posto al Sole), dell’ultima bricconata di Henry o William - figli del principe Charles - e così passano l’intera giornata tra una fila alla posta, una alla banca, un’altra per prendere l’autobus ed una al supermercato.

Senza giri di parole dico subito che gli inglesi bevono molto, anzi di più. Il primo week end a Bath, i miei amici mi invitarono ad uscire con loro. L’appuntamento era per le 19 al Porter, un pub del centro. Pensai subito che si trattasse di una cena, chiaramente mi sbagliavo visto che da lì avremmo iniziato il pub crawl, una sorta di giro dei pubs della città. Passai la sera da un locale all’altro bevendo pinte di birra come bicchieri d’acqua e rimasi incredulo davanti al numero di pinte di birra che i miei amici riuscirono a bere. Quello che pensai essere solo una loro abitudine, si rivelò invece essere un’attitudine nazionale. Secondo il mio amico Phil si tratta solo di allenare il drinking muscle, o muscolo del bere come simpaticamente lo chiamano da queste parti.

Comunque è l’atmosfera che si respira nei pubs che colpisce; quella voglia di liberazione dopo un giorno di lavoro, di non pensare a niente, di buttarsi tutto alle spalle per una sera e lasciarsi trascinare dall’allegria da alcol. Il pub, apre alle 11 di mattina per servire il pranzo e chiude alle 23. Ma l’orario del massimo affollamento inizia subito dopo la chiusura dei negozi ed uffici, qualche minuto prima delle sei. Generalmente sono il ritrovo per vedere sport in televisione, per fare due chiacchiere ma soprattutto per bere birra in assoluto relax. Un dieci minuti prima delle 23 suona la campana, sta a dirti che puoi ordinare un ultimo bicchiere - come se non fossero già abbastanza - e poi tutti a casa. La domenica è abitudine degli inglesi pranzare al pub e con i miei amici cerchiamo di mantenere questa tradizione. Ci capita spesso quindi di mangiarci, soprattutto quelli in campagna, e lo trovo delizioso. Si parte la mattina presto, si cammina per un paio di ore su stradine non asfaltate tra campi e piccoli villaggi e ci si ferma poi in un pub.

Vorrei qui spezzare una lancia a favore del cibo inglese. Non è come tutti pensano che ci siano solo hamburger e patatine fritte, kebab, fish & chips da mangiare. Preferisco andare al pub piuttosto che al ristorante perché lo trovo più familiare ed accogliente e se vado al ristorante scelgo quello indiano, dove, se non si fa attenzione, è davvero facile pescare un piatto piccantissimo. La cucina etnica è una delle cose migliori del mangiare in Gran Bretagna. Sono curioso e mi piace sempre provare cibi e sapori diversi e non manca settimana che non provi qualcosa di nuovo: indiano, vietnamita, giapponese, brasiliano, libanese, adoro questi ristoranti ma c’è anche da fare attenzioni a quello che si ordina e farsi consigliare è sempre meglio, almeno le prime volte.

Queste sono solo alcune delle cose che mi hanno colpito e che ho voluto raccontarvi, ma non sono le uniche. Vivere in un’altra nazione è stimolante, ti invita a riflettere sulla propria cultura ed origine, a confrontarti trovando spiegazioni che sono sempre del tutto personali. Abitando in un paese straniero si assimilano tanti aspetti delle sue tradizioni, delle abitudini quotidiane della gente ed alla fine ti accorgi che in te qualcosa è cambiato, convivi con una doppia anima. Per me abitare in Inghilterra non è solo sentire la vera voce degli attori americani, vedere i loro films mesi prima che escano in Italia o leggere i libri di Grisham e Hornby, ma principalmente vivere qui è essere in ogni città del mondo, vivere con le parole di chi si incontra le bellezze ed i tormenti dei loro paesi e significa anche vedere con i propri occhi come è semplicemente possibile la convivenza e lo scontro tra culture profondamente diverse.

Leonardo Apostolico

 

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