L'ECO del Serrasanta

 

N. 11 - 9 giugno 2002

Pro Tadino Prima pagina Edizioni Sommario

Letteratura

OMAGGIO ALLA MEMORIA DI ROMANO MAURIZI

Ai tempi di "Musopisto"

Testimonianza storica di come vivevano i ragazzi gualdesi d'altri tempi, quando non c'erano TV, motorini, discoteche e benessere ed a scuola s'imparava a fantasticare delle guerre coloniali


Capitolo primo

Lo sterminio della cavalleria bagdara


Tutta la strada, davanti a casa mia, era stata invasa da un’orda di armati.

Io balzo alla finestra:

08bagdara.jpg (34717 byte)Gioventù gualdese anni 1906-1907 (clicca per ingrandire)

 

- Che cosa succede?

- Guerra! Guerra! - urla furibonda quella gran maramaglia.

- Corpo del mondo! Contro chi?

- Contro gli Africani! Contro i Capezzanti (abitanti del rione Capezza n.d.r.)! … Corri! Corri! Corri anche tu! ... Guerra ai Capezzanti! Guerra agli Africani! ... Corri! Corri! ... -

Corpo di mille bombe! Io scappo in cucina, agguanto una vecchia scopa, ne strappo il manico e me lo butto ad armacollo; poi rompo giù per le scale, ed inseguito invano dalla fantesca che mi tira dietro, fra capo e collo, una ciabatta, dò una spallata in uno stipite, una zuccata dall’altra parte, inciampo sulla soglia e mi trovo stramazzoni in strada.

Qui non c'era già più nessuno. Allora, guidato dal mio infallibile istinto, inforco il manico della scopa che mi serviva da lancia e da destriero, e sferzandolo e speronandolo mi faccio portare giù per la Piazza del Soprammuro. (per la precisione: quello che noi chiamavamo il Giro di Calai, piazza dell’erba). E qui una piena, una ressa, un baccano e un putiferio indescrivibili.

Bisogna sapere che quello era giorno di vacanza, e che la Piazza del Soprammuro era il Gran Quartiere Generale, la piazza d’arme, il Circo, la palestra e lo stadio di tutta la birbaglia del vicinato, un vecchio luogo fuor di mano, racchiuso fra alte muraglie, e tutto pieno di spigoli e di angoli, di sporgenze e di rientranze, con qua e là cumuli di legname, di arnesi ed attrezzi abbandonati, circondato da stalle e da rimesse sempre vuote. Per noi ragazzacci, un ideale!

Ufficiali che comandavano, e Soldati di truppa che non ubbidivano; cento trombettieri, che con cento voci e cento istrumenti diversi si sfiatavano a suonare; tamburini che si sfogavano a battare e battere e battere, sopra a certe latte di petrolio; cavalleggeri che caracollavano a forza sulle spalle dei propri

Non siamo in molti a ricordare il maestro "Romanino de Gigia", quel vecchietto dal pastrano e gli occhiali oscuri, che attraversava con passo spedito la piazza ed abitava in via del Palazzo, nell’appartamento all’ultimo piano di una casa che egli aveva riempito di carte e libri, probabilmente perduti con il degrado dell’immobile, prima che fosse venduto da chi lo ha ereditato.

Il maestro Romanino, Romano Maurizi per l’anagrafe, nato nel 1892 e scomparso nel 1982 all’età di novanta anni, è stato una delle intelligenze più brillanti espresse da Gualdo Tadino e la sua figura merita di essere riscoperta e valorizzata; insegnante, si distinse ancor giovane come animatore del giornale locale Il Risveglio, pubblicato nel 1912; con i suoi scritti infuocati fu espressione dei bisogni della gente comune e dell’esigenza di rinnovamento, provocando la caduta dell’Amministrazione Comunale del momento. Negli anni ’30, coinvolto per questioni di pagnotta - come tanti - con il fenomeno di "follia collettiva" che fu il Regime, e ai tempi dell’epurazione sottoposto ad un processo a Perugia, fu prosciolto da ogni addebito da un giudice inglese conquistato dal suo spessore culturale.

Intelligenza poliedrica e uomo di profonda cultura, direttore di scuole italiane all’estero è stato autore di numerose pubblicazioni per l’infanzia; collaboratore dell’Enciclopedia dei Piccini (Edit.Ceschina), del Dizionario Italiano di F.Palazzi e del Corriere dei Piccoli. Dei suoi libri, che gli editori prenotavano, ricordiamo Il piccolo eroe di Gorizia (Ed. Stacchini - Milano), Lo sterminio dei Caraibi (Ed. Vallardi 1923), La calata dei Pigmei (Ed. Vallardi), Giugurta (1929), Fior del Mondo (1931), Leggende maltesi (1934-1936), Benvenuto (1950), Il libro d’oro del fanciullo (1957), Il libro delle ore gioconde (1958), e tre inediti: Il Sepolcro di Totila, Ai tempi di Musopisto ed una Storia Universale, manoscritto di oltre cinquemila pagine in una nitida calligrafia da artista, che egli mi affidò quando - avanti negli anni - si rese conto che "era roba di altri tempi", con la speranza che forse la Pro Tadino avrebbe potuto far sì che non finisse in una discarica.

E, insieme ebbi anche il dattiloscritto della storia romanzata "Ai tempi di Musopisto" al cui interno alcuni appunti autobiografici, da cui desumo che l’altro inedito "Il sepolcro di Totila", era depositato presso la Biblioteca civica del castello Sforzesco di Milano ... "ed avevo proprio intenzione di ... ma poi scoppiò la maledetta guerra".

Per rendere omaggio alla memoria del maestro Romanino ritengo opportuno pubblicare "a puntate" l’esilarante storia di Musopisto: anche se è roba di altri tempi, fra i lettori non mancherà chi troverà interessante e divertente riscoprire gli innocenti passatempi della gioventù gualdese all’inizio del secolo scorso: certo è una storia romanzata, iniziata a scrivere nel 1919, quando Africa non significava ... ferie, ma imprese coloniali, per cui sarà necessario calarsi nelle condizioni storiche del momento.

Valerio Anderlini

compagni; reparti d’assalto che s’adoperavano a dar la scalata ad un cancello di ferro; generali che senza motivo schermagliavano accanitamente tra di loro; artiglieri che, in mancanza di meglio, avevan preso di petto una sgangherata carriola della Nettezza Urbana, e la rotolavano con gran periglio fra amici e fra nemici alla ventura; anime perse di bucanieri e di filibustieri, i quali, strappato a un tratto il berretto dalla testa di qualcuno, l'andavan mostrando, come 1ugubre trofeo, infilzato sulla punta d'una picca o d'una alabarda. E grida, e fischi, ed urli e versacci, da rovinare il cervello. Quand'ecco, improvvisamente, il terribile annuncio si udì: - Eccoli! Eccoli!.. I Capezzanti! I Capezzanti! …

Perdindirindina! Era vero! La cima del Monticcello, dirimpetto al paese, appariva occupata da due pastorelli, come da due spie o vedette nemiche.

Fu lo stesso che dar fuoco a una polveriera.

Fermi tutti! - strillò il general Peppone, il quale, per esser più grande e più istruito di noi, ma specialmente per esser miope e per portare di conseguenza gli occhiali, era riconosciuto universalmente da noi come il Generale in Capo; - fermi tutti, se vi è cara la vita! Quei due lassù, son due Africani! Son due Abissini! son due Bagdara!..

- Gli africani! Gli Africani! - ripeterono in coro mille voci.

- Son due Dervisci del Sudan, al servizio del Mahdi! - seguitava a strillare il Generale.

- A morte! ... A morte! ...

- Per di qui!. .Per di là!. . fermatevi, disgraziati! ... Tutti sotto l'Arco (l'arco che era presso casa Lucantoni) di Mastropiano! ... (nomi fantastici)

Bisogna aspettarli alle gole di Sabderat, davanti a Cassala!.. A me, miei prodi! A me le mie tigri! … Chi mi vuol seguir, mi segua! ... - Poiché il nostro Generale aveva letto ogni sorta di libri di storia e d'avventure. Ma già noi c'eravamo lanciati; ed ingolfandoci sotto 1'Arco di Mastropiano, rovesciatici come un torrente giù per Fossato, traversato come un fulmine il campo di Zipante, riuscimmo d'altra parte alle falde del Monticello, e impetuosamente lo attaccammo. In men che non si dica, siam sulla vetta.

Un impressionante spettacolo si offerse allora al nostro sguardo.L'intera valletta, di là dal poggio, era letteralmente piena d'un gran branco di pecore e di capre, d'agnelli e di capretti alla pastura.

- Ah! ... Non m'ero dunque ingannato! - urla tragicamente il general Peppone, come perdendo a un tratto gli occhiali o il ben dell'intelletto; - E' la cavalleria dei Giahalin, ragazzi!.. Sono i Bagdara di Ahmed Alì, nepote del Gran Califfo di Ondurman!.. All'assalto, ragazzi!.. All'abbordaggio! All'arrembaggio! ...

Allora noi sbucammo fuor del nascondiglio, come un branco di lupi alla montagna. Come quando Orion dal cielo declinando imperversa, e pioggia e neve e gelo sovra la terra ottenebrata versa; come quando 1'Aquilon dal monte, repentinamente avvolge il chiuso degli armenti e dei pastori, e fuggono le pecore, schiamazzano i mandriani, gemon gli agnelli, ed il lupo frattanto, dal suo covo ululando, azzanna questo e quello: tal fu di noi e di quelle povere bestie. Come quando il pànico folle invade un'armata, così tutto il branco s'abbandonò a corsa pazza e precipitosa, senza rimedio e allo sbaraglio.E noi dietro a correre ed a rincorrere, ad abbrancare groppe e corna e code, a inseguire, ad incalzare, a sparpagliare e sperdere, in gran rovina.

Man mano che procediamo, dai campi, cari miei, dai solchi, dai fossi, dalle siepi e dalle ripe, ecco galline aggiungersi a quella rotta, e papere spaurite, e stormi di colombi a volo, e tacchini terrorizzati, squacquerando e starnazzando; tutti rivolti alle stalle e ai covili della Capezza, dov'eran le case dei nostri nemici; tutti: perfino due giovenchi dal quadrato petto, e un asin bigio che rosicchiava un cardo rosso e turchino. Pareva il Diluvio Universale. Ed ecco dalla Capezza uscir le donne, gridando: - Birboni! Manigoldi! Scapestrati! Canaglie! ... -

Ecco, più temibili ancora, i loro figlioli salir sulle mura, con pertiche di tal fatta, e manganelli di questo calibro. Allora, senza aspettar comandi, ci arrestiamo.

- Corpo del mondo! - scappa detto ad uno. - C'è Stramaccione!

- C'è anche Gramaccia!

- Granuschia e Settecapocce!

- Marianaccio!

- Cicerchia!

- Straccaganasse! ...

- Scappiamo! Scappiamo!

- No! - urla il Genrale.

- E che dobbiamo fare?

- Resistere!

- E se ci assalgono!

- Resisteremo!

- Ma sono tanti, coi loro sassi oscureranno il sole.

- Meglio! - fu la risposta. - Combatteremo all'ombra!

- Così detto, nuovamente il general Peppone si rilanciò sulla cima del Monticello.

Noi tutti gli tenemmo dietro. I Capezzanti ci seguitarono alle calcagna.

Fu così che 1'antichissima lotta, che da tempo immemorabile e con alterna vicenda, si era combattuta fra la parte alta e bassa del mio paese, e che da alcuni anni poteva dirsi sopita, tornò a divampare.

- segue -

 

Pro Tadino Prima pagina Edizioni Sommario