Letteratura |
OMAGGIO
ALLA MEMORIA DI ROMANO MAURIZI
Ai tempi di "Musopisto"
Testimonianza storica di come vivevano i ragazzi gualdesi d'altri tempi,
quando non c'erano TV, motorini, discoteche e benessere ed a scuola s'imparava a
fantasticare delle guerre coloniali
Capitolo primoLo
sterminio della cavalleria bagdara
Tutta la strada, davanti a casa mia, era
stata invasa da unorda di armati.
Io balzo alla finestra:
Gioventù gualdese anni 1906-1907 (clicca per ingrandire)
- Che cosa succede?
- Guerra! Guerra! - urla furibonda quella
gran maramaglia.
- Corpo del mondo! Contro chi?
- Contro gli Africani! Contro i Capezzanti (abitanti
del rione Capezza n.d.r.)!
Corri! Corri! Corri anche tu! ... Guerra ai
Capezzanti! Guerra agli Africani! ... Corri! Corri! ... -
Corpo di mille bombe! Io scappo in cucina,
agguanto una vecchia scopa, ne strappo il manico e me lo butto ad armacollo; poi rompo
giù per le scale, ed inseguito invano dalla fantesca che mi tira dietro, fra capo e
collo, una ciabatta, dò una spallata in uno stipite, una zuccata dallaltra parte,
inciampo sulla soglia e mi trovo stramazzoni in strada.
Qui non c'era già più nessuno. Allora,
guidato dal mio infallibile istinto, inforco il manico della scopa
che mi serviva da lancia e da destriero, e sferzandolo e speronandolo mi
faccio portare giù per la Piazza del Soprammuro. (per la precisione: quello che noi
chiamavamo il Giro di Calai, piazza dellerba). E qui una piena, una
ressa, un baccano e un putiferio indescrivibili.
Bisogna sapere che quello era giorno di
vacanza, e che la Piazza del Soprammuro era il Gran Quartiere Generale, la piazza
darme, il Circo, la palestra e lo stadio di tutta la birbaglia del vicinato, un
vecchio luogo fuor di mano, racchiuso fra alte muraglie, e tutto pieno di spigoli e
di angoli, di sporgenze e di rientranze, con qua e là cumuli di legname, di arnesi ed
attrezzi abbandonati, circondato da stalle e da rimesse sempre vuote. Per noi ragazzacci,
un ideale!
Ufficiali che comandavano, e
Soldati di truppa che non ubbidivano; cento trombettieri, che con cento voci e cento
istrumenti diversi si sfiatavano a suonare; tamburini che si sfogavano a battare e battere
e battere, sopra a certe latte di petrolio; cavalleggeri che caracollavano a forza sulle
spalle dei propri |
Non siamo in molti a
ricordare il maestro "Romanino de Gigia", quel vecchietto dal pastrano e
gli occhiali oscuri, che attraversava con passo spedito la piazza ed abitava in via del
Palazzo, nellappartamento allultimo piano di una casa che egli aveva riempito
di carte e libri, probabilmente perduti con il degrado dellimmobile, prima che fosse
venduto da chi lo ha ereditato.
Il maestro
Romanino, Romano Maurizi per lanagrafe, nato nel 1892 e scomparso nel 1982
alletà di novanta anni, è stato una delle intelligenze più brillanti espresse da
Gualdo Tadino e la sua figura merita di essere riscoperta e valorizzata; insegnante, si
distinse ancor giovane come animatore del giornale locale Il Risveglio,
pubblicato nel 1912; con i suoi scritti infuocati fu espressione dei bisogni della gente
comune e dellesigenza di rinnovamento, provocando la caduta
dellAmministrazione Comunale del momento. Negli anni 30, coinvolto per
questioni di pagnotta - come tanti - con il fenomeno di "follia collettiva" che
fu il Regime, e ai tempi dellepurazione sottoposto ad un processo a Perugia, fu
prosciolto da ogni addebito da un giudice inglese conquistato dal suo spessore culturale.
Intelligenza
poliedrica e uomo di profonda cultura, direttore di scuole italiane allestero è
stato autore di numerose pubblicazioni per linfanzia; collaboratore dellEnciclopedia
dei Piccini (Edit.Ceschina), del Dizionario Italiano
di F.Palazzi e del Corriere dei Piccoli. Dei suoi libri, che gli
editori prenotavano, ricordiamo Il piccolo eroe di Gorizia (Ed.
Stacchini - Milano), Lo sterminio dei Caraibi (Ed. Vallardi 1923),
La calata dei Pigmei (Ed. Vallardi), Giugurta
(1929), Fior del Mondo (1931), Leggende maltesi
(1934-1936), Benvenuto (1950), Il libro doro del
fanciullo (1957), Il libro delle ore gioconde (1958),
e tre inediti: Il Sepolcro di Totila, Ai tempi di
Musopisto ed una Storia Universale, manoscritto di
oltre cinquemila pagine in una nitida calligrafia da artista, che egli mi affidò quando -
avanti negli anni - si rese conto che "era roba di altri tempi", con la speranza
che forse la Pro Tadino avrebbe potuto far sì che non finisse in una discarica.
E, insieme ebbi
anche il dattiloscritto della storia romanzata "Ai tempi di Musopisto"
al cui interno alcuni appunti autobiografici, da cui desumo che laltro inedito
"Il sepolcro di Totila", era depositato presso la
Biblioteca civica del castello Sforzesco di Milano ... "ed avevo proprio
intenzione di ... ma poi scoppiò la maledetta guerra".
Per rendere omaggio
alla memoria del maestro Romanino ritengo opportuno pubblicare "a puntate"
lesilarante storia di Musopisto: anche se è roba di altri tempi, fra i lettori non
mancherà chi troverà interessante e divertente riscoprire gli innocenti passatempi della
gioventù gualdese allinizio del secolo scorso: certo è una storia romanzata,
iniziata a scrivere nel 1919, quando Africa non significava ... ferie, ma imprese
coloniali, per cui sarà necessario calarsi nelle condizioni storiche del momento.
Valerio
Anderlini |
compagni; reparti dassalto che
sadoperavano a dar la scalata ad un cancello di ferro; generali che senza motivo
schermagliavano accanitamente tra di loro; artiglieri che, in mancanza di meglio, avevan
preso di petto una sgangherata carriola della Nettezza Urbana, e la rotolavano con gran
periglio fra amici e fra nemici alla ventura; anime perse di bucanieri e di filibustieri,
i quali, strappato a un tratto il berretto dalla testa di qualcuno, l'andavan mostrando,
come 1ugubre trofeo, infilzato sulla punta d'una picca o d'una alabarda. E grida, e
fischi, ed urli e versacci, da rovinare il cervello. Quand'ecco, improvvisamente, il
terribile annuncio si udì: - Eccoli! Eccoli!.. I Capezzanti! I Capezzanti!
Perdindirindina! Era vero! La cima del
Monticcello, dirimpetto al paese, appariva occupata da due pastorelli, come da due spie o
vedette nemiche.
Fu lo stesso che dar fuoco a una polveriera.
Fermi tutti! - strillò il general Peppone,
il quale, per esser più grande e più istruito di noi, ma specialmente per esser miope e
per portare di conseguenza gli occhiali, era riconosciuto universalmente da noi come il
Generale in Capo; - fermi tutti, se vi è cara la vita! Quei due lassù, son due Africani!
Son due Abissini! son due Bagdara!..
- Gli africani! Gli Africani! - ripeterono in
coro mille voci.
- Son due Dervisci del Sudan, al servizio del
Mahdi! - seguitava a strillare il Generale.
- A morte! ... A morte! ...
- Per di qui!. .Per di là!. . fermatevi,
disgraziati! ... Tutti sotto l'Arco (l'arco che era presso casa Lucantoni) di Mastropiano!
... (nomi fantastici)
Bisogna aspettarli alle gole di Sabderat,
davanti a Cassala!.. A me, miei prodi! A me le mie tigri!
Chi mi vuol seguir, mi
segua! ... - Poiché il nostro Generale aveva letto ogni sorta di libri di storia e
d'avventure. Ma già noi c'eravamo lanciati; ed ingolfandoci sotto 1'Arco di Mastropiano,
rovesciatici come un torrente giù per Fossato, traversato come un fulmine il campo di
Zipante, riuscimmo d'altra parte alle falde del Monticello, e impetuosamente lo
attaccammo. In men che non si dica, siam sulla vetta.
Un impressionante spettacolo si offerse
allora al nostro sguardo.L'intera valletta, di là dal poggio, era letteralmente piena
d'un gran branco di pecore e di capre, d'agnelli e di capretti alla pastura.
- Ah! ... Non m'ero dunque ingannato! - urla
tragicamente il general Peppone, come perdendo a un tratto gli occhiali o il ben
dell'intelletto; - E' la cavalleria dei Giahalin, ragazzi!.. Sono i Bagdara di Ahmed Alì,
nepote del Gran Califfo di Ondurman!.. All'assalto, ragazzi!.. All'abbordaggio!
All'arrembaggio! ...
Allora noi sbucammo fuor del nascondiglio,
come un branco di lupi alla montagna. Come quando Orion dal cielo declinando imperversa, e
pioggia e neve e gelo sovra la terra ottenebrata versa; come quando 1'Aquilon dal monte,
repentinamente avvolge il chiuso degli armenti e dei pastori, e fuggono le pecore,
schiamazzano i mandriani, gemon gli agnelli, ed il lupo frattanto, dal suo covo ululando,
azzanna questo e quello: tal fu di noi e di quelle povere bestie. Come quando il pànico
folle invade un'armata, così tutto il branco s'abbandonò a corsa pazza e precipitosa,
senza rimedio e allo sbaraglio.E noi dietro a correre ed a rincorrere, ad abbrancare
groppe e corna e code, a inseguire, ad incalzare, a sparpagliare e sperdere, in gran
rovina.
Man mano che procediamo, dai campi, cari
miei, dai solchi, dai fossi, dalle siepi e dalle ripe, ecco galline aggiungersi a quella
rotta, e papere spaurite, e stormi di colombi a volo, e tacchini terrorizzati,
squacquerando e starnazzando; tutti rivolti alle stalle e ai covili della Capezza,
dov'eran le case dei nostri nemici; tutti: perfino due giovenchi dal quadrato petto, e un
asin bigio che rosicchiava un cardo rosso e turchino. Pareva il Diluvio Universale. Ed
ecco dalla Capezza uscir le donne, gridando: - Birboni! Manigoldi! Scapestrati! Canaglie!
... -
Ecco, più temibili ancora, i loro figlioli
salir sulle mura, con pertiche di tal fatta, e manganelli di questo calibro. Allora, senza
aspettar comandi, ci arrestiamo.
- Corpo del mondo! - scappa detto ad uno. -
C'è Stramaccione!
- C'è anche Gramaccia!
- Granuschia e Settecapocce!
- Marianaccio!
- Cicerchia!
- Straccaganasse! ...
- Scappiamo! Scappiamo!
- No! - urla il Genrale.
- E che dobbiamo fare?
- Resistere!
- E se ci assalgono!
- Resisteremo!
- Ma sono tanti, coi loro sassi oscureranno
il sole.
- Meglio! - fu la risposta. - Combatteremo
all'ombra!
- Così detto, nuovamente il general Peppone
si rilanciò sulla cima del Monticello.
Noi tutti gli tenemmo dietro. I Capezzanti ci
seguitarono alle calcagna.
Fu così che 1'antichissima lotta, che da
tempo immemorabile e con alterna vicenda, si era combattuta fra la parte alta e bassa del
mio paese, e che da alcuni anni poteva dirsi sopita, tornò a divampare.
- segue - |
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