L'ECO del Serrasanta |
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Riconoscimenti |
NEL TRIGESIMO Ricordo di Vincenzo Pennoni Credeva nei valori che vincono il tempo Conoscevo Vincenzo Pennoni da sempre, ma ci siamo frequentati negli ultimi tre, quattro anni. Dialoghi, riflessioni, passeggiate, risate, spaghettate in un suo terreno collinare nei paraggi di Gubbio, che si riversa anche sulla spianata che dai piedi di monte Maggio si srotola fino al Cucco e oltre, un terrazzo dell'Alta Umbria da cui, secoli addietro, si sarebbe potuto scorgere il viavai di nobili urbinati signoreggianti sugli imparentati eugubini, nonché la battaglia fra Totila e Narsete ingrigita dalla nebbia della sua storia leggendaria. Poi d'inverno in pullman si andava assieme sulle Alpi. Lui a passeggiare in allegra compagnia fra pini annosi e ossigenanti, mano nella mano di Gemma come si fa tra fidanzatini, loro incuranti del chiassoso codazzo di loro figli e nipoti; e noi matusa incoscienti alle prese con gli sci che avrebbero meritato ben più provetti e tonici sciatori, tant'è che spesso, ma non volentieri, ruzzolavamo sopra la neve non sempre amica. Di coloro che non sono più, si suole parlar bene. Visitando un cimitero, le epigrafi narrano di madri affettuose, padri esemplari, mariti fedeli, mogli amorevoli, figli bravi e timorati. Poi, uscendone, sfogli un giornale e leggi di ammazzamenti, ruberie, adulteri, delinquenti, carcerati. Si dirà d'un cimitero ipocrita. Forse è così. Ma, forse: la morte ha un che di misterioso e di solenne che reclama il silenzio degli umani nel giudizio ultimo. Dirò allora di Vincenzo quale l'ho conosciuto io, uomo meno compassato di quanto apparisse, che quando si apriva e si scioglieva diventava altro, e si apriva quando si sentiva in territorio amico, perché Lui dispensava ed esigeva amicizia schietta, autentica: era il suo mondo dove sguazzava e guizzava come trota nei torrenti. Dove si lasciava andare all'autoironia arguta e acuta, che è tipica delle persone più intelligenti che astute, quelle che possono perdere le battaglie ma vincono le guerre, possono fallire la tattica ma centrano la strategia, strategia del vivere voglio dire. Era anche una chioccia affettuosa e premurosa, Vincenzo. Il ruolo lo divideva con Gemma nel tirar su e pilotare i pulcini: figli, nipoti, parentela. Faceva il padre e il nonno, ma siccome la Sua era un'abbondante famiglia per non dire una comunità, finiva per gettare uno sguardo premuroso sopra ogni suo componente, scodellando ora consigli esperti, ora rimproveri dosati o riconoscimenti gratificanti. Viveva la famiglia come valore aggregante, ma non al punto da considerare il "di fuori" un territorio estraneo, avverso o addirittura ostile: come purtroppo accade spesso in Italia. Voglio dire che viveva la famiglia come architrave e cellula sociale; però non la curava come fosse un bunker entro cui rinserrarsi per difendersi dagli "altri", perché, gli altri, erano per Vincenzo fratellanza cristiana, comunione religiosa. A Capodanno e a Ferragosto, o durante una gita da Lui progettata, oppure in occasione di un compleanno o di un onomastico, la Sua famiglia si slargava per abbracciare i numerosi amici che avevano Lui e Gemma, si modellava in allegra brigata, o magari in una lunga passeggiata scacciapensieri, e quel caldo clima comunitario lo esaltava, lo faceva sentire appagato, realizzato. Quasi volesse arricchire la sua vocazione filantropica, volesse rilassarsi dalla sua professione di medico vissuta come missione, prima nello studio severo, poi nel tirocinio maturante, infine nel successo di pediatra rinomato di là dai recinti gualdesi. Divenne "qualcuno" mettendocela tutta, investendo nel sacrificio personale e nella tenace volontà di farcela. E quando vi riuscì non ostentò altezzosità, non mise su superbia, non si pavoneggiò, rimase quello dl sempre nella Sua intelligente e affabile umiltà. Fu un "arrivato" senza sgomitare, senza arrendersi all'intrallazzo o cedere al compromesso inconfessabile: cioè un arrivato che puntava tutto e soltanto su se stesso: merce rara di questi tempi nostri inquieti e obliqui. Non proveniva da una famiglia ricca, Vincenzo. Ma Lui l'ha arricchita delle cose che lasciano il segno nel ricordo grato della Sua generazione e di quelle dopo di Lui, nella sofferta prova del dolore cristiano che non è disperazione, nella fede in quei valori che non subiscono il tarlo del tempo, nel credo radicato della Resurrezione. Un giorno non lontano, salendo sul "Serrasanta" con passo montanaro, io e Lui discorrevamo degli eterni, amletici interrogativi dell'esistere. Io penso, come sentenzia il proverbio, che siano infinite le strade che conducono a Dio. Gliene proposi una, forse un po' bislacca e teologicamente discutibile. Gli dissi che è nell'ordine delle cose naturali che un cuore cessi di battere o un polmone di respirare: essendo l'uno e l'altro "robe" materiali. Ma gli affetti profondi e condivisi, ma gli amori intensamente e reciprocamente vissuti, ma gli ideali eroici fino al sacrificio supremo, ma l'angoscia per qualcuno che soffre, insomma l'immateriale che fa sentire quasi inumano il materiale che siamo, può essere azzerato dalla falce inesorabile e impietosa della morte? Io smossi la testa per dire di no. Lui pure. Gianni Pasquarelli
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