L'ECO del Serrasanta |
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STORIE DI EMIGRANTI (12) Caffè e parole in libertà di Luigi Gaudenzi In quattro anni era la terza volta che mi sedevo a quel tavolo, richiamato da certi ricordi. Mi trovavo nella birreria-caffè di Herman e Mark, in una bella e caratteristica cittadina dello Schleswig-Holstein, la penisola che divide il brutto e freddo Mare del Nord dal gelido Mar Baltico. Herman e Mark erano figli di Giuseppe, un antico oriundo italiano che aveva combattuto la seconda guerra mondiale nell'esercito tedesco. Ordine e pulizia e tante gente allegra. Tavoli, banconi, pareti, soffitto, tutti rivestiti di quercia di Pomerania, lucidata a cera. Centinaia di globi di luce dorata (niente neon ...) si riflettevano sfavillanti sui boccali di terracotta bavarese e sulle lunghe file di grossi bicchieri di cristallo, ordinati e coperti in riga come soldati. Da una mastodontica caraffa d'argento proveniva un vago odore di caffè che, mischiandosi con quello della birra (di grande qualità ...), profumava l'intero locale. I camerieri, tutti con baffi spioventi e lunghissimo grembiule giallo, camicia rossa e pantaloni neri (la bandiera germanica ...), ogni tanto spillavano una tazza d' una brodaglia marrone dall'altrettanto vago sapore di caffè. Ma, c'era il trucco. Sapevamo e lo sapevano i numerosi turisti italiani allertati dalle agenzie che, gelosamente custodita dietro una serranda di legno aperta a metà, c'era una meravigliosa, scintillante macchina italiana per il Caffè-Espresso, sempre in pressione. "Grazie Mark." Mark, gentile e premuroso come sempre, mi aveva servito il caffè, quello vero. Anche lui ed il fratello indossavano la divisa dei camerieri ma, al bavero di sinistra, avevano una piccola spilla laccata con le bandiere italiana e tedesca unite. "Italiano?" - Chi mi aveva posto la domanda era una signora seduta al tavolo accanto . Mi guardava da sopra la Frankfurter Allgemeine Zeitung che stava leggendo. Era una bella signora, bionda, occhi chiari. "No. Umbro." Così le avevo risposto e non so perché. Una stupidata. "Anch'io ERO umbra" - Sorrideva, per niente impressionata della stupidata - "della Provincia di Perugia, di Gualdo Tadino ...". Commisi un'altra stupidata: sfilai dal portafoglio la mia carta d'identità e gliela consegnai. "Tò, un gualdese! - esclamò divertita - Lei è il primo che vedo da quando mia madre ed io ed abbiamo lasciato GualdoTadino, tanti anni fa." Ripiegò il giornale, prese la tazzina di caffè (quello vero ...) e si sedette al mio tavolo. "Non ho bei ricordi di Gualdo, purtroppo. Mia madre vi ha sofferto molto ed a lungo. Eravamo sole e quasi abbandonate e chi ha detto di volerci aiutare lo ha fatto con molta falsità e ipocrisia facendole anche perdere posti di lavoro che erano la nostra risorsa. Faceva la cameriera in un locale dove si riunivano, ogni tanto, alcuni signori che dichiaravano di combattere la fame nel mondo ma poi soddisfacevano la loro ingozzandosi come maiali e allungavano la mani su di essa. Andò a pitturare la ceramica ma trovò uno di quei signori dalle mani pelose. Cambiò ancora e ancora. Basta così. Anni interminabili, difficili, difficilissimi ..." La signora era andata giù dura. Durissima. Non seppi cosa dire. Si trattava evidentemente di uno sfogo troppo a lungo represso che la presenza di un gualdese le aveva finalmente consentito di fare. "Ricordo, però, con grande piacere e chiarezza, alcune persone leali, generose, oneste. Il dottor Braccini, Raul Braccini, che mi tolse le tonsille dicendomi, burbero, che non le dovevo inghiottire perché quel giorno era venerdì. Ci regalava le medicine e ci visitò gratis per lunghi anni. Poi ricordo Armando Baldassini, la sua bonarietà, sempre disponibile. Anche lui ci aiutò molto. Ancora, il sig. Augusto Arcibaldo Pinacoli, gentile e dal cuore d'oro. Ogni primavera mi regalava i semi dei fiori per i vasi delle due finestre di casa nostra. Una volta, da un vaso, nacque una pianta di pomodoro e lui, con quel suo vocione, si mise a ridere pretendendo la metà del raccolto. E poi, Bedini, Sigfrido Bedini, che fuse il mio anellino d'oro ricavandolo da uno di mia madre. Ed io, affascinata, lo guardavo lavorare su quel piccolo tavolo del suo negozio. Non volle niente anche se il mio anello era dello stesso peso di quello di mia madre. Forse, addirittura più pesante." Ricordi, lacrime del passato e del presente. Lei è ora docente di letteratura francese e filosofia presso un'Università della Westfalia. Le ho promesso d'inviarle una copia di questo giornale.
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