L'ECO di Fossato di Vico

 

N. 7 - 7 aprile 2002

Pro Tadino Prima pagina Edizioni Sommario

Fossato di Vico

L'UOVO PASQUALE DELL'AVIS

Transumanza e antropologia culturale

di Ottavio Giombetti


11transuma.jpg (12620 byte)Anche quest’anno dall’uovo di pasqua dell’AVIS esce una sorpresa culturale, piacevole, molto piacevole. Una monografia sulla transumanza, che tutt’oggi viene esercitata a Fossato e sulla pastorizia per valorizzare aspetti e risorse fossatane sulla scia delle pubblicazioni già edite negli anni passati. Lo scorso anno è toccato all’arte (la pittura medioevale), quest’anno all’antropologia. E’ un lavoro tipico dei centri di ricerca e documentazione demoantropologica o dei centri museali sulle attività tradizionali del territorio, in questo nostro caso silvo-pastorali, che ormai pullulano in Italia, sulla spinta di un impegno personale e volontario dei vari operatori culturali, che con entusiasmo e passione si avventurano alla scoperta ed alla documentazione delle tradizioni locali, esercitate nel passato. La ricerca antropologica ed archivistica risulta completa ed estesa sia dal punto di vista temporale che documentale, ricca di citazioni e di fonti, realizzata con gusto e competenza, tramite la partecipazione di personaggi reali, interviste mirate, documentazione d’archivio e della cultura materiale - attrezzi, utensili d’uso (ma anche fotografica), ricerca linguistica (il glossario) molto esauriente. Un bel lavoro, che mi trascina dolcemente e nostalgicamente ai tempi dell’infanzia negli anni ‘50, dove la transumanza era l’evento estivo che suscitava in noi entusiasmo per quel senso di arcano e dell’avventura, una novità incomprensibile che rompeva la piatta routine giornaliera di un borgo rinchiuso in se stesso. Il pascolo era l’unica risorsa che noi potevamo offrire sul mercato; tutto il resto serviva alla stentata economia di sopravvivenza familiare. Questa nostalgia bucolica ed elegiaca dei tempi che furono si ritrova anche nella ricerca e ne condiziona un poco il metodo d’indagine scientifica, che è essenziale nella ricostruzione dei cicli di vita, dell’organizzazione sociale e del lavoro e dei processi produttivi: tutti elementi utili ad un’attività museale, estremamente interessante ai fini turistici e culturali. Per esempio le condizioni economiche e sociali dei pastori, le condizioni igienico-sanitarie personali e delle produzioni, le tecniche di lavoro e di produzione, le condizioni culturali peccano un poco di approfondimento scientifico. E questo porta ad affermazioni tipo "la vita solitaria e lontana dalla modernità, condivisa con gli animali in mezzo alla natura, lungi dall’inselvatichire il pastore lo ingentiliva: silenzioso e riflessivo, considerava l’esistenza sotto un aspetto sereno e tranquillo ... traendo da semplici sensazioni i suoi piaceri. In quest’uomo dall’esistenza nomade e primitiva, albergavano i più gentili sentimenti." Oppure "Dell’affascinante mondo pastorale ...". Ed ancora "I pastori della Natività ... come lui (riferendosi a ‘Ceccone’ o ‘Baffone’, ultimo pastore locale della comunità) avranno passato la giornata con un tozzo di pane masticato sotto il vento, serenamente piccoli tra la misteriosa immensità del cielo e lo scorrere del tempo scandito dal monotono brucare delle pecore". Queste sono espressioni letterarie anche di rara bellezza, che potrebbero costituire un eccezionale corpo di narrativa, anche se molto distante dalla tragica esasperazione ed ignoranza dei "cafoni" di Ignazio Silone in "Fontamara" e di Carlo Levi in "Cristo si è fermato ad Eboli". Inoltre il coinvolgimento personale porta a semplificare processi economico-ambientali sull’utilizzo e sulla funzione delle aree pascolive e boscate in montagna con affermazioni tipo "zone in origine boschive e poi dissodate … arrivate al loro terzo stadio storico e fino a noi in un alternarsi di cura e di abbandono, oggi nefasto come mai in passato". Se fosse possibile scindere ed approfondire l’aspetto demoantropologico e l’aspetto narrativo il risultato sarebbe eccezionale in entrambi i casi. Un’ultimo rilievo vorrei fare: nella presentazione c’è un raffronto tra il "vecchio" mondo ed il "nostro" con una condanna ed il rifiuto senza appello, quasi fobica del "nostro", della tecnica e della scienza, in particolare la biogenetica con espressioni del tipo "... la prima pecora ‘clonata’ Dolly, anticipatrice di un futuro che il vecchio Dio nella sua bontà ha voluto risparmiarci" e richiamando "nel vecchio mondo la pecora … era soltanto un prodotto di madre natura ...", che porta alla conclusione: "Continueremo a preferire il vecchio mondo a misura d’uomo, quello in cui l’uomo considerava di appartenere alla terra e non la terra appartenere a lui". Sicuramente non è l’atteggiamento di uno studioso sereno, ma inseguito dai fantasmi del catastrofismo emotivo, che si insinua negli strati più deboli della cultura popolare e che fa gridare anche oggi come negli scritti manzoniani "Dagli all’untore" e contraddice l’affermazione dantesca di Ulisse "fatti non foste a viver come bruti …", che è alla base della scienza e del progresso. In una parola del mondo moderno.

 

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