L'ECO del Serrasanta

 

N. 6 - 24 marzo 2002

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Ragioniamo sull'Europa

di Gianni Pasquarelli


Quando Umberto Bossi se la prende con i "burocrati" di Bruxelles perché sarebbero 'stalinisti' o "nazisti", racconta storielle. Ve li immaginate uno come Romano Prodi o come Mario Monti vestiti, fisicamente e mentalmente, da stalinisti o nazisti? Ma Bossi è fatto così: non smette il vestito da Ciceruacchio strillone nemmeno quando dice cose su cui si può discutere. Qual è quella, per esempio, di auspicare che il potere di Bruxelles abbia una legittimazione che discenda dal popolo, ossia democratica. Oppure quell'altra per cui l'Europa che si sta pazientemente costruendo non sia un "superstato" che cancella le singole fisionomie nazionali, ma sia invece culla di tradizioni, costumi e valori, insomma terra di campanili e monumenti che tramandano alle generazioni la sua faticata civiltà.

Per tentar di capire cosa significhi essere "europeisti" oggi, e perché l'esserlo è diverso dall'esserlo stato ieri e avant'ieri, è consigliabile guardare indietro. De Gasperi, Adenauer, Schuman e altri "padri fondatori" dell'unità del continente mettono mano nel 1951 alla costituzione della Ceca, sigla che sta per Comunità europea del carbone e dell'acciaio. Perché lo fanno e perché iniziano da li? Perché una delle cause che più contribuirono a insanguinare il Novecento con diecine di milioni di morti è stata la contesa franco-tedesca per il possesso della Sarre e della Ruhr nel cuore d'Europa, dove minerali di ferro e carbone si combinavano per metter su la più grande industria siderurgica dei continente. La Ceca, che crea un mercato comune carbosiderurgico fra i paesi dell'Unione, disinnesca quella contesa, rimuove rivalità e rivincite nazionalistiche che si spegneranno nella seconda metà del secolo scorso. Per dire che De Gasperi, Adenauer e Schuman concepirono l'unità del vecchio continente soprattutto per scongiurare il rischio e l'incubo di altri, devastanti conflitti mondiali.

Oggi il quadro è del tutto cambiato. Il "Patto atlantico" e la Nato saldano le due sponde dell'Atlantico sul piano militare, Mosca non è più sovietica, la "guerra fredda" si legge sui libri di storia, la siderurgia è ridimensionata dalle materie plastiche, una sola moneta circola nell'Europa continentale, la telematica spinge la "globalizzazione" del commercio e la saldatura dei mercati finanziari, c'è necessità d'un esercito europeo non per fare le guerre ma per prevenirle o imbrigliarle nell'ex Jugoslavia e fra ebrei e palestinesi, oppure per braccare il terrorismo criminale che insidia la sicurezza del vivere. Sotto a questa rivoluzione tanto silenziosa quanto rimescolatrice di vecchi equilibri e vecchi rapporti, si sta materializzando una ridistribuzione del potere fra Bruxelles che espropria gli Stati, fra Comuni e Regioni che espropriano essi pure gli Stati, e c'è chi profetizza, se non la scomparsa, un drastico ridimensionamento del potere dello Stato

Siamo giunti così a una svolta epocale nell'organizzazione politica delle società contemporanee. Il che esige che si discuta serenamente, si confrontino idee e progetti, si alimentino dialettiche costruttive, si lavori a una Costituzione per il continente che risponda ad alcuni pressanti interrogativi. Eccoli: unione "federale" dominata da un "superstato" accentratore, o "confederale" fra Stati autonomi? Tutela delle identità storico-culturali di ogni Paese, ovvero omologazione livellatrice delle singole fisionomie statuali? Decisioni da prendere con votazioni a maggioranza, o invece all'unanimità fra i paesi d'Europa? Il dibattito è aperto e problematico. Stupisce che la "sinistra" convertitasi di recente all'europeismo dopo decenni di cocciuto e anacronistico sabotaggio (dal Patto Atlantico fino allo Sme, anticamera dell'euro) legga quel fecondo dibattito soltanto come un pericoloso sgambetto di Bossi al futuro dell'Europa.

 

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