Letture |
VIAGGIANDO
VIAGGIANDO
Abraham Yehoshua, "Il signor Mani"
ed.
Einaudi, 1996
"Il signor Mani" è un libro scritto
qualche anno fa da uno dei più grandi scrittori israeliani contemporanei, Abraham
Yehoshua. Narra la saga di un'antica famiglia ebraica, i Mani, che si raccontano
a ritroso nel tempo, nello spazio di sette generazioni. Sono cinque dialoghi molto
appassionati, dove i protagonisti liberano le loro identità raccontandosi ad altri,
cercando nella persona che li ascolta il rifugio delle proprie azioni e dei propri
sentimenti. Naturalmente è un libro incentrato sull'ebraicità dei personaggi, che si
muovono in un'atmosfera di apparente tranquillità, poiché le loro vite sono segnate
dalla tragicità della violenza e della stupidità umana. Molto bello il secondo dialogo
in cui il protagonista, un soldato tedesco, si interroga sul significato dello sterminio
ebreo. "La parola razza era solo un'allegoria, una metafora per un'altra
parola, più rispettabile: natura
il carattere umano e nazionale, che bisogna
scoprire e che si può anche cambiare". In queste parole è insito
forse il significato più profondo che muove le guerre: la paura di non riuscire a
scoprire la propria "natura", quella parte di noi stessi più profonda, libera
dalla storicità che crea le identità personali. Il povero soldato tedesco, costretto da
un potere "alto" ad uccidere, cerca di trovare una giustificazione ai suoi gesti
disumani. La guerra, la violenza, nascono allora sempre da una grave forma di debolezza,
istigata dalla paura di perdersi, di non essere più se stessi, dalla paura ancestrale
dell'uomo di perdita della propria individualità a favore di una personalità
"globale", integrata con tante altre umanità, costruita con il tempo, un tempo
che molto spesso distrugge l"'io", quello più vuoto ed individualista. Le
parole dello scrittore sono, in questo momento, più attuali che mai. Saranno le guerre
che ci costringono ormai giorni a riflettere, il segno della debolezza e della paura di un
individuo, di un popolo, che non riesce ad accettare l'idea di perdere una parte della
propria dimensione "naturale" e culturale a favore di una identità globale,
risultato comunque inequivocabile della storicità della vita?
|