L'ECO del Serrasanta

 

N. 1 - 13 gennaio 2002

Pro Tadino Prima pagina Edizioni Sommario

Attualità

 

La zona archeologica di Tadino

di Valerio Anderlini


La comunicazione che la Soprintendenza ai beni archeologici ha inserito nei suoi programmi una campagna di scavi nella zona archeologica di Tadino offre l'occasione per una rivisitazione delle notizie sulla realtà archeologica dell'area che sarà interessata agli scavi.

Reperti archeologici sono venuti ripetutamente alla luce nelle campagne circostanti alla frazione di Rasina, nonostante l'assenza di una razionale campagna di scavi; ben poca cosa comuque rispetto ai presumibili resti della civitas copiosa che si celano ancora nel sottosuolo.

Di rovine imponenti della città parlano abbondantemente le cronache medioevali, che fecero cultura in Umbria nei secoli XIII e XIV, e che in parte giustificano anche la scomparsa di ogni vestigio della città; citiamo al riguardo solo un brano del "Lectionarium Sancti Facundini", ritenuto il più antico di questi documenti (Cod. 7853 della Biblioteca Vaticana).

"... noi stessi abbiamo veduto pavimenti della stessa città fatte con pietre di diversi colori infisse nell'impiantito, disposte come un mosaico, vasi rotondi e pitturati, e molti altri decori comparivano nel pavimento. Pietre di marmo bianco poi, asportate in più occasioni, furono trasportate a Perugia per una Chiesa, e vi fu costruito il magnifico sepolcro del Sommo Pontefice ed abbellita la chiesa. E' così vedemmo quando furono estratte, dalle macerie delle pietre, tavole di marmo scolpite e incise con lettere che nominavano il re Crescenzio, il conte Scipione ... e molti altri e le regioni e la stessa città dei Tadinati ..."

Il riferimento all'asportazione dei marmi, di cui l'autore dice di essere stato testimone oculare, lo fa risalire ai primissimi anni del 1300; il papa Benedetto XI morì infatti a Perugia nel 1304).

La notizia dell'asportazione di questi marmi viene ripetutamente confermata anche in altri autori; una cosa non di poco conto perché prova l'importanza dei monumenti che esistevano nella città, prima della sua distruzione, e nello stesso tempo aiuta a comprendere il motivo della pressoché completa scomparsa di sue vestigia.

Il reperto archeologico di maggior rilievo del periodo romano che conosciamo e che è stato restituito dal sottosuolo gualdese, è una fronte di sarcofago in marmo bianco della misura di m.0,56 x 2 x 2,12, quale risulta a frammenti ricomposti, e collocato attualmente presso l'antiquarium della Rocca Flea. Si tratta di un lavoro di pregevole fattura, che gli esperti fanno risalire al II secolo d.C. e che riproduce raffigurazioni di divinità pagane (Minerva, Apollo, Oceano, Vittoria), variamente abrase e mutile; il frammento è tuttavia indicativo di un'opera pregevole e ricca che purtroppo è andata perduta.

Un altro testimone diretto di ritrovamenti archeologici nell'area tadinate si dichiara Alessio Bucari Battistelli, autore del romanzo storico La Bastola, da cui riprendiamo la seguente annotazione:

"Per quello che può riguardarci, diremo altresì che non poche di codeste medaglie, anche di argento e d'oro, ivi di quando in quando trovate sopra e sottosuolo, fra cui un bellissimo torello di fine marmo e ben condotto, passarono per le nostre mani. Nel marzo poi del 1885 ci furono offerti in una sola volta cinque idoletti, rinvenuti tutti in un gruppo da un villico, alle falde di un colle sulla cui cima si crede che un dì sorgesse l'antica cattedrale, eran tutti di bronzo, e il più grandicello con la semplice celata in capo, nel resto ignudo, segnava circa otto centimetri di altezza, ed era di finito lavoro. Avea monca la destra, più che mezzo braccio sinistro ed amendue i piedi. Gli altri quattro più piccoli, eran tagliati alla grossolana, ignudi anch'essi ma galeati. Accenneremo poi soltanto le strade lastricate, acquedotti sotterranei, pavimenti anche a mosaico ma grossolano, pozzi con acqua di vena eccellente e medicinale, come risulta da varie analisi chimiche. Disgraziatamente uno fu già riempito di sassi e rottami da mani vandaliche e villane. Eppure, a tempo di chi scrive, era stato generosamente fatto ripurgare di nuovo ed acconciare con solida e commoda bocca e ripari dal fu Mr Antonio Caiani, gualdese di f.m. Tal pozzo fu scoperto nel 1751;un altro quasi subito otturato e ricoperto, non guari discosto dal primo,da noi stessi veduto".

In merito a questi ritrovamenti nell'agro tadinate infine appare importante anche la minuziosa e particolareggiata descrizione fatta da Cesare Borgia nella sua "Breve storia della città di Tadino", in seguito alla scoperta di uno dei pozzi il 23 aprile 1750, che oggi costituisce l'ultima testimonianza della città scomparsa.


Valerio Anderlini può essere contattato all'indirizzo E-mail valerioanderlini@protadino.it.

 

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