Litinerario classico per la Cava
del Ferro parte da Gualdo Tadino, attraversa il rione "La Valle", prende poi a
salire bruscamente per via della Pineta. Proprio qui, fino a non molto tempo indietro,
erano ancora visibili le vestigia di una fornace fusoria, il "Fornaccio",
costruita, ma mai ultimata, nella seconda metà del 1800, proprio nellintento di
trasformare in ferro il minerale estratto dalla nostra miniera. Si sale e presto ci si
addentra nella Pineta di Roti, un folto ed alto bosco di conifere."Roti", forse
sta al tedesco "rot", rosso, il rosso delle scaglie e delle arenarie che
incontriamo nelle superfici non boscate, un toponimo che può riferirsi alla Gualdo
longobarda.
Lampia strada,
oltrepassato un tratto pianeggiante dopo il luogo detto "del Soldato", dove una
stele ricorda la morte del tenente Arnaldo Tenani il 31 luglio 1900
durante le grandi manovre, sale con una buona pendenza fino alla fonte "I
Renacci", m 804 di quota, unica sorgente nella zona. Evitando una brusca diramazione
che simpenna sulla sinistra per il monte Fringuello, si continua per una carrareccia
che in breve diventa sentiero e sale diagonalmente verso il monte Penna, attraverso
macchie, radure, il fosso Selva Grossa ed un ultimo bosco di pini, dove incontra la
mulattiera che, provenendo da Rigali, porta fino alla cava del ferro, quota m 1050. Da
Gualdo Tadino simpiegano circa due ore e mezza di cammino. Lultimo tratto è
nella macchia, una vera galleria verde che porta ai ruderi di una povera costruzione,
avvolta dai rovi, un rifugio utilizzato evidentemente dai minatori nel breve periodo in
cui è stata praticata lattività estrattiva. Pochi passi ancora, i primi cumuli di
minerale estratto da filoni risicati ed avari, un materiale che conteneva, secondo lo
Jervis (1874), il 50% di "ferraccio", molto adatto ad essere convertito in
ghisa. Ma la cubatura del deposito, inizialmente stimata in un volume di 5000 metri cubi
di massa ferrifera, si rivelò insufficiente, inoltre lattività fu ritenuta poco
conveniente: un trasporto oneroso, unubicazione impervia, il difficile accesso
lievitavano i costi del minerale, così da essere non competitivo con quello proveniente
da altri bacini minerari (cfr. P. Salerno, M. Loreti, V. Carini, 2001,
"Il complesso minerario della cava del ferro", Atti
dellIncontro Internazionale di Speleologia Bora 2000, Trieste, pp. 23 36).
Lattività estrattiva, iniziata nel 1858, fu presto sospesa, ma
dellematite e della limonite della cava del ferro si avvantaggiarono
lindustria delle terre coloranti, fiorente in Gualdo Tadino proprio dopo la metà
dellottocento, e la produzione di maioliche decorate a lustro, reintrodotta in
Gualdo da Paolo Rubboli dopo il 1873. Ora il muschio nasconde i pezzi di
minerale, i più giallo rossastri, altri scuri fino ad un nero rilucente, striato da
bianche vene calcitiche, che in pochi ammassi ordinati occupano il breve spazio piano che
precede la cava, un modesto sprofondo disseminato da un caos di rocce, di rovi, di massi
crollati dalle marce soprastanti pareti, un anfiteatro fitto di strati, orlato da tenaci
pini, dove il vento sussurra antiche storie. Chi condusse qui lingegner Angelo
Vescovali nel 1857 per individuare laffioramento minerario? Chi, prima di
lui, trovò la miniera sul monte Penna? Chi ha scavato il pozzetto soprastante alla
galleria 650 UPG, anomalo rispetto ai saggi del Vescovali, che scava in galleria?
Cosera, nella tota dei Tarinates, a meritare il rispetto e la preoccupata attenzione
della confraternita Atiedia testimoniati nelle Tavole Eugubine? Di chi erano quelle tombe
preromane, in località Malpasso, che ci restituiscono due elmi di fattura etrusca?
Rasina, paese a qualche centinaio di metri da Malpasso, con lomonimo torrente ben
poco dotato di slancio ed impeto, deriva dallindoeuropeo *rcsino o dalletrusco
Rasna? Quali interessi, quali patti un pur piccolo giacimento di ferro può aver suscitato
nella vicina, potente, etrusca Perugia? Il vento trascorre tra gli aghi sottili, carezza
il velluto del muschio, rincorre le foglie e le spinge nei fossi, sussurra domande che
risposte non hanno.
La cava del ferro è fatta di gallerie orizzontali, sei le principali, scavate
sui fianchi di una valletta, lunghe poche decine di metri, da visitare provvisti
didonei mezzi dilluminazione e con la dovuta prudenza, dato il costante
pericolo di crolli. Sono comprese nel catasto delle cavità naturali della Regione
dellUmbria (nel 1979, quando il Gruppo Speleo Gualdo Tadino provvide a topografare
ed a catastare le gallerie della cava del ferro non esisteva ancora il Catasto delle
cavità artificiali) dal numero 645 al 650 UPG. Puoi scendere, traversare per raggiungere
la galleria più lunga, lingresso è meno problematico degli altri, puoi percorrere
i 35 metri che conducono a magre vene rosso-nerastre, incontrare un pipistrello che,
avvolto nel suo mantello, riposa a testa in giù, ali immobili di farfalle coperte da una
rugiada dargento, agili cavallette, i Dolichopoda, che inseguono rare prede. Oppure
cacciarti nella "Seconda destra" 647 UPG, un ingresso sempre più ingombro di
lastre di pietra, un pericoloso ma affascinante cunicolo irregolare con antiche
puntellature marcescenti di legno e pile di sassi, sul fondo brevi diramazioni naturali. O
percorrere quasi carponi, prima che la volta crolli , i dodici metri della galleria
dingresso, che serviva per portar via i detriti di scavo fino a scaricarli giù per
la china. Qui ti raggiunge il vento, parla con la voce di tuo padre che ti ha portato qui
quando non avevi nemmeno dieci anni, in un mondo magico appena di là di un verde tunnel
che avvolge un misterioso sentiero; ora il vento ti sfiora, come una carezza, e se ne va
lontano, per raccontare ad altri le meravigliose storie che non sono nei libri.
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