Bel pomeriggio, quello del 28 agosto 1976, il cielo è azzurro, spruzzato dal
bianco di rade nuvole sospinte da una tramontana leggera. La strada, dalla cava di Rigali
verso il Fringuello, è in forte pendenza, prima ombre dalberi poi una cruda luce
batte sulle pietre. Ora si scende dove il verde cupo della pineta cinghiotte, poi si
risale per una carrareccia segnata dai solchi lasciati da antiche ruote. Italo
Scatena guida la comitiva, ne fanno parte Vittorio Carini, Sauro
Lupi e Luigi Vecchiarelli. La mèta è la Cava del Ferro, ma non
è in quel suggestivo anfiteatro di rocce e cunicoli lo scopo della spedizione. Si cerca
un ricordo, vecchio più di trentanni, una galleria poco discosta, al cui interno si
apre un misterioso pozzo. La casetta diroccata, la cava antica con i mucchi di pietre
giallo ocra che il muschio non riesce a nascondere, da qui bisogna rientrare nella
macchia, tagliata da poco, scendere in un intrico di rami, dalberi abbattuti. Ma il
luogo in cui avrebbe dovuto trovarsi la galleria è ormai un anonimo fosso,
lingresso è scomparso, forse è crollato. Gli sguardi, persi oltre quel muro di
terra, immaginano invisibili vie dentro la montagna, non si arrendono allevidenza
che qui non cè nulla, oltre una vecchia storia, un fosso come tanti, un tappeto di
rami e foglie secche. Il condizionale di Italo è scontato,
il "dovrebbe essere qui" è preso per buono, si tornerà tre giorni dopo con
pala e piccone per cercare la galleria misteriosa. Ancora un pomeriggio di sole, che
filtra tra il fitto delle foglie degli alberi, un lavoro lungo, duro: breccia, sassi,
massi, infine un getto daria. Per la prima volta la montagna ci soffia sulle facce
sudate il suo freddo respiro, dal buco, grande come un pugno, un vento che piega gli steli
derba vicini. Un largo sorriso soddisfatto si accese sul volto di Sauro,
un sorriso che oggi è solo un ricordo, un sorriso che talvolta scorgo in un taglio di
luce, quando mimmergo nel lungo andito della Miniera. Il 2 settembre tornammo in
forze: Sauro Lupi, Mauro Mancini, Pier Giuseppe
Moroni e Vittorio Carini completarono la riapertura
dellingresso e percorsero le gallerie orizzontali giungendo fino alla sommità del
pozzo inesplorato, il cui imbocco fu nei giorni seguenti allargato ed armato con chiodi da roccia ed una sbarra di ferro, al
fine di poter penetrare in esso, per conoscere quellorrido buio in cui era
chiaramente udibile lo stroscio di un corso dacqua che precipitava in basso. La
prima discesa del pozzo, m 52 di profondità, dopo rischiosi tentativi in proprio, fu
fatta il 10 ottobre 1976, da Carini, Lupi e Vecchiarelli
insieme agli speleologi perugini Paolo Boila e Riccardo Rondoni,
con il determinante apporto di quel magnifico gruppo guidato da Francesco
Salvatori, al tempo uno dei migliori in Italia, intervenuto in forze sul posto
presupponendo la scoperta di un nuovo grande abisso sui nostri Appennini. La ciclopica
frana sul fondo di quello che allora fu chiamato il pozzo della Sassaiola, non superata
nemmeno negli scavi successivi ripetutisi per più anni, pose fine allesplorazione,
ma non allentusiasmo e sicuramente non guastò la felicità dei presenti, gualdesi e
perugini, che degnamente festeggiarono in casa Vecchiarelli la riscoperta
della Grotta della Miniera per il resto del giorno ed alcune ore della notte.
Da questi avvenimenti, da
quel nucleo di protospeleologi gualdesi che in breve raggruppa tra le sue file altri
validi elementi, dallimportante supporto di Francesco Salvatori e
del suo Gruppo, dal credito riscosso nella città di Gualdo Tadino, dove si desta
linteresse e la stima degli amministratori e soprattutto del dresidente della Pro
Tadino, Giovanni Pascucci, prenderà forma il Gruppo Speleologico Gualdo
Tadino, ora giunto ininterrottamente al venticinquesimo anno dattività.
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