Ultima frontiera della speleologia esplorativa gualdese, queste cavità fanno
parte di un complesso carsico vasto ed articolato, nascosto nellimpervia macchia tra
monte Fringuello e monte Penna, lontano da ogni sentiero e da ogni abituale percorso di
quanti si aggirano per le nostre montagne. Qui può trovarsi laccesso alla
"grotta che non cè", a quel mitico mondo sotterraneo dellAppennino
gualdese preannunciato da numerosi indizi, segnalato da vecchie storie, il cui ingresso è
tuttora negato, nascosto dietro lultimo metro di terra o lultimo sasso che non
abbiamo avuto la fortuna o la bravura di spostare. Unantica cavità, una notevole
caverna la cui volta è in gran parte crollata, dividendola in due parti, più a monte
lantro di Breus, una decina di metri di diametro a cielo aperto, con residue
formazioni ed erosioni carsiche visibili sulle pareti, un pavimento di massi crollati,
coperti da muschi, alberi rigogliosi cresciuti tra queste macerie: la stessa sacralità di
tante rovine abbandonate e invase dalla vegetazione, come il castello di Col Pertana, come
il Colle dei Mori, come la casa, invasa dai rovi, in cui torna Brèus, mitico cavaliere.
Poco più a valle la prima parte della cavità, il suo ingresso originario, uno scuro
sprofondo in cui si persero limmaginazione prima, e le speranze subito dopo, quando
un amico, Massimo Gaudenzi, ci guidò per la prima volta, ventanni
fa, in questangolo perduto del Fringuello. Tentammo un timido scavo sul fondo, ci
aggirammo nei pressi, notammo altri segmenti residui di questo sistema carsico messo a
nudo dal tempo, trovammo più in basso una breve galleria artificiale, probabilmente un saggio delling. Vescovali
che nel 1857 batteva questi monti in cerca di minerali ferrosi per conto della Società
Romana delle Miniere di Ferro e sue Lavorazioni, nellintento dindividuare e
sfruttare giacimenti nellarea appenninica. Già occupati in altre disostruzioni (Buco Bucone), abbandonammo
subito qualsiasi progetto riguardo a questa zona, disagevole da raggiungere, con
prosecuzioni difficili da ipotizzare, tanto che solo nel gennaio del 2000 tornammo per
dare unocchiata. Neglimmediati dintorni colpì lattenzione un piccolo
buco, inspiegabilmente sfuggito alle pur accurate battute di anni prima: subito
individuammo un cunicolo, abbondantemente riempito da terra e detriti, probabilmente
rifugio di un istrice, di cui trovammo alcuni aculei. Qui la via da seguire è ben
delineata, una condotta carsica percorribile, la cui prosecuzione necessita di ulteriori
scavi. La chiamammo Tana del Rèolo, nome scelto per tramandare un importante elemento
dellimmaginario radicato nella tradizione gualdese: "Rèolo dei Seghettoni"
è un animale fantastico, un rettile dalle dimensioni straordinarie di cui raccontavano
paurosi incontri boscaioli e solitari uomini di montagna che si addentravano in impervi
boschi del nostro Appennino. Di là dallorrore e dal terrore, come in certi antichi
miti, il serpente era però depositario di tesori favolosi e soprattutto della saggezza.
Il luogo solitario, laspra selva, antichi resti di cavità dirute, langusto e
misterioso ingresso di una tana hanno evocato la tenebrosa immagine. E questa la
porta per la "grotta che non cè"? La risposta è nelle mani di chi vorrà
credere ai propri sogni, di chi vorrà esplorare, di chi vorrà uscire dalla monotonia e
dalla ripetitività di gran parte della speleologia doggi, mani che dovranno
spostare tonnellate di pietre, di terra, di fango. La risposta a chi, da un passato
diniziative coraggiose e mai banali, saprà cogliere lincitamento a proseguire
"a testa bassa", ad una ricerca continua e disperata, a ritrovare listinto
e la grinta di quei cacciatori di grotte che hanno inventato il Gruppo Speleologico Gualdo
Tadino.
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