L'ECO del Serrasanta

 

N. 22 - 18 novembre 2001

Pro Tadino Prima pagina Edizioni Sommario

Cultura


La figura di Giovan Diletto Durante, giurista gualdese del Cinquecento (1)

La figura di Giovan Diletto Durante, giurista gualdese del Cinquecento (2)

 

Il testamento di Giovan Diletto Durante (3)

di Fabio Talamelli


L’arte Testandi era cosa assai preziosa e dotta nel ‘500 e proprio per questo ho voluto approfondire in particolare uno dei quattro testamenti dettati da Giovan Diletto Durante nel corso della sua vita e custoditi presso l’Archivio Storico Notarile di Gualdo Tadino. Si tratta dell’ultimo redatto in ordine di tempo, datato 3 aprile 1561 e scritto per mano del notaio Evangelista Confidati. Questo atto, interamente scritto in latino, essendo appunto l’ultimo in ordine cronologico, sostituisce ed annulla tutti i precedenti e lo ritengo assai importante in quanto, oltre a costituire un chiaro esempio di come allòra si facesse testamento, ci permette di comprendere ancor meglio quella "Cautela Gualdense" di cui abbiamo trattato negli ultimi due numeri de L'ECO del Serrasanta.

Il "rogito" incomincia così: "In nome di Dio, amen. Magnifico Dottore Giovanni Diletto Durante della terra di Gualdo, sano, per grazia di Dio onnipotente, di mente, di senso, di vista, di corpo e di intelletto, perché non tocchi a lui stesso in futuro di fare testamento o un’altra ultima volontà mentre sarà oppresso dalla malattia e per caso turbato dal pensiero della morte, nel quale tempo, a mala pena ciascuno può disporre rettamente delle sue cose, fece un altro testamento nel modo, sottoscritto ..."

Quindi, scorrendo tra le righe, leggiamo che dopo aver raccomandato la sua anima a Dio, per prima cosa Giovan Diletto lasciò l’usufrutto di tutti i suoi beni presenti e futuri ai soli figli e nipoti e non oltre, ammettendoli a goderne in ordine di grado successivo, dopo che fosse stato fatto un inventario dei beni stessi. Volle quindi che i detti beni fossero amministrati alternativamente di quinquennio in quinquennio dai suoi due figli e, in caso di loro morte, dai successori come sopra indicati. Si dice poi che i frutti di tale amministrazione si sarebbero dovuti dividere non in stirpe ma in "capita", in base anche al numero di figli avuti dai due capostipiti. Di seguito vengono nominati eredi universali Càstore e Pollùce nella divisione di beni stabili comuni, quali poderi o altro. Tali beni, dice inoltre, si sarebbero dovuti trasmettere di primogenito in primogenito maschio, non effettuando alcuna detrazione legittima o trebellianica, né potendo fare alcuna alienazione dei beni suddetti. Ed ancora, venendo a mancare la linea maschile di Càstore e Pollùce, dovevano i beni stessi essere devoluti all'altro e ai successori maschi di questo. Le loro figlie femmine sarebbero state ammesse nella successione solamente ove non vi fosse stata la linea maschile di detti eredi universali. Quanto invece alle figlie di Giovan Diletto, Zenobia e Caterina, esse vennero fatte eredi, oltre che delle doti pagate, anche di una somma di denaro, potendo inoltre chiedere un supplemento di legittima ove fosse mancata la linea maschile dello stesso testatore. Nell’atto si impone anche ai figli Càstore e Pollùce di pagare una dote alle eventuali loro figlie, tanto se si fossero sposate, quanto se avessero preso i voti.

Scopriamo poi che il testatore lasciò la somma di cento fiorini alla sua serva Maria del castello di Crocicchio, oltre al vitto ed al vestire fino alla morte dello stesso Durante. Vengono anche lasciati cento scudi d’oro alla moglie Lucrezia, in cambio di un terreno con alberi e viti che era stato in precedenza dato in dote alla stessa dagli eredi di un certo Cecco Marchetto, da ritenersi con tutta probabilità il padre o un prossimo congiunto della donna.

Infine il Durante revocò ogni altro testamento in precedenza fatto. Si dice anzi in questo documento che il testatore, toccando con mano le Scritture, espresse la volontà che solo questo testamento fosse osservato e nessun altro anteriore, disponendo che, se per diritto di testamento non avesse potuto aver valore, avrebbe dovuto ugualmente essere rispettato con "diritto di testamento, dei codicilli e di qualsivoglia ultima volontà e in ogni miglior modo in cui può valere o potrà".

Come ultima cosa, allo stesso atto acconsentirono i figli Càstore e Pollùce promettendo e giurando di osservare solo quello. Tali cose furono scritte, lette e fatte "in questa terra di Gualdo, della Diocesi di Nocera ... nell’anno del Signore 1561, nella quarta indizione, il 3 aprile, di sera, con tre lampade, essendo papa Pio IV pontefice massimo ...". Vengono quindi nominati i testimoni che erano presenti alla stesura dell’atto il quale termina in questo modo: "E chiamò il medesimo testatore noi signor Simone Scampa ed Evangelista Confidati di Gualdo notai pubblici in solido chiamati dal predetto secondo la nostra potestà di estendere etc.

Io Evangelista Confidati chiamato fui come sopra.

Io Simone Scampa chiamato fui come sopra.

Item reliquit pro canonica portione et ultimo iudicio solidos quinque".

Il testamento si chiude con queste parole.

A commento di quanto sopra vorrei solamente aggiungere alcune cose al mero fine di evidenziare quegli elementi particolari che caratterizzavano il testamento nel ‘500.

Nella parte introduttiva dell’atto si coglie subito il riferimento a Dio quale momento indispensabile che accompagnava tutti gli atti più importanti che regolavano la vita degli uomini di allòra; ed in secondo luogo è pure evidente la grande attenzione che veniva prestata alla salute della mente e del corpo nel momento in cui un soggetto si apprestava a dettare le sue ultime volontà testamentarie.

Nel prosieguo della analisi appare poi ben chiaro uno degli aspetti fondamentali che caratterizzavano la società nell’epoca medievale e rinascimentale e cioè la preminenza che avevano sempre i figli maschi rispetto alle figlie femmine nelle successioni "mortis causa".

Altro aspetto singolare che non va affatto trascurato è quello per cui Giovan Diletto Durante preferì lasciare alla moglie Lucrezia la somma di cento scudi d’oro in luogo di un terreno con alberi e viti avuto precedentemente in dote e che sarebbe così andato ad impinguare il patrimonio fondiario trasmesso ai soli figli maschi.

Si dice infine che il suddetto testamento avrebbe sostituito ed annullato tutti i precedenti non dimenticando, come era allòra consuetudine, di lasciare una somma "pro canonica portione et ultimo iudicio".

Si chiude qui quel breve viaggio a ritroso negli anni, attraverso il quale, per qualche breve istante, ci siamo quasi infilati di nascosto in quella casa, il 3 aprile del 1561, di sera, con tre lampade accese, attenti ad ascoltare le parole di un uomo come noi preoccupato di dettare le sue ultime volontà prima di lasciare per sempre questo mondo.

 

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