L'ECO del Serrasanta

 

N. 20 - 21 ottobre 2001

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Narrativa

RICORDI DI GUERRA (10)

Una parentesi di serenità

di Piero Guerra


Uno dei posti di avvistamento si trovava in un nodo stradale tra Argirocastro, in Albania, e Janina in Grecia: Jergucat. - Da questa località partiva un'altra strada che conduceva a Seranda, che era stata ribattezzata Porto Edda, in onore della figlia del Duce. Eravamo alloggiati in una costruzione piccolissima, simile a quei casotti rossi che una volta erano lungo le strade statali come rimesse per gli attrezzi e per ospitare i cantonieri in caso di pioggia. Ci stavamo in sei. A 100 m. c'erano quattro case e, alloggiato in capannoni, un battaglione di fanteria. Inoltre c'era un negozietto con osteria. I soldati in libera uscita camminavano sulla strada e per distrarsi avevano fatto nel cortile un piccolo palco dove chi voleva poteva esibirsi. Tra gli spettatori seduti su panche, una sera c'ero anch'io. Due file davanti a me un sergente dei granatieri con gli alamari bianchi e la bustina con i pizzi in fuori, guardava. Lo riconobbi e da dietro gli dissi:- "Che fa questo gualdese da queste parti ?" Era Renzo Megni, il pittore ceramista e violinista. - "Vengo da Atene - rispose - dove stiamo a presidiare. Anche noi abbiamo fatto un complessino e suoniamo. Sai chi c'è alla chitarra ? Memmo Cesari, anche lui è granatiere. Sono da queste parti con l'incarico di indicare il luogo dei soldati morti e qui sepolti. Recuperiamo i loro resti per mandarli in Italia".

Lo invitai presso la casa dove bevemmo e facemmo tardi. Il giorno dopo lo accompagnai; aveva altri granatieri che scavavano e depositavano i resti nelle bare, mentre un cappellano benediceva. Non era una cosa da vedere! Pensavo alla guerra, pensavo anche che avrebbero potuto essere anche i miei resti, se fossi morto al fronte. Tornai sconvolto. Renzo ripartì. Dopo alcuni giorni ero ancora turbato e stavo pensieroso nella casetta quando si affacciò sulla porta una ragazzetta che tre volte al giorno ci portava l'acqua con delle brocche. Si chiamava Andronichi. Ci disse: - "Domani venite casa mia, sulla collina, che mi sposo".

Era ortodossa e partimmo in due per l'ora della cerimonia. La vedemmo arrivare in una piccola chiesa, vestita di chiaro e sulla testa aveva una specie di velo con ai bordi attaccate tante, ma tante monete d'oro. Era parte della sua dote. Alla fine i genitori ci invitarono a bere e per entrare in casa, che era modesta, ci dovemmo levare le scarpe perché questo era l'uso. Tra tutto quell'oro il nostro presente era solo un pensiero.

 

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