L'ECO del Serrasanta |
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Vita vissuta |
STORIE DI EMIGRATI (8)
La breve vicenda di Alfio
Un triste ritorno alla ricerca di radici perdute di Valerio Anderlini Lo ricordo come ragazzo di una vivacità fuori dal normale, forse un po' troppo dispettoso ed impertinente, ma probabilmente consapevole che il suo destino era di dover vivere molto in fretta la sua breve esperienza umana; era figlio di una famiglia di poveri contadini, capitati in paese negli anni immediati del dopoguerra, quando ormai la mezzadria era un fenomeno in liquidazione: coltivavano un piccolo podere la cui produzione era già scarsa di per sé prima di doverla dividere con il proprietario; crescendo, pertanto, il passaggio dalla lavorazione dei campi alla disoccupazione per lui era stato automatico. Appena ebbe compiuto i 18 anni indispensabili per ottenere il passaporto necessario all'espatrio, all'inizio degli anni '60 Alfio, aveva cessato di vagabondare per le strade del paese, aveva lasciato la famiglia e aveva seguito il flusso inarrestabile dei senza lavoro che raggiungevano la Francia, il Belgio ed il Lussemburgo dove c'erano possibilità di occupazione e di guadagno in abbondanza per tutti. In Lussemburgo, quantunque egli si fosse presentato come un semplice manovale generico, non aveva incontrato difficoltà ad essere impiazzato in un cantiere edile, dove guadagnava un ottimo salario, per la sua disponibilità a sobbarcarsi anche lavori pericolosi, muovendosi con disinvoltura sui ponteggi e sulle impalcature, sulle grondaie e sui cornicioni degli edifici, in virtù della sua agilità e del suo fisico minuto. Poi, ancora giovanissimo, Alfio era convolato a nozze con una straniera, le cui forme ben presto avevano preannunciato prossimo l'arrivo di un bambino ad allietare la serena convivenza della coppia ; finché un triste giorno, prima ancora che il bimbo fosse venuto alla luce, Alfio, mentre era impegnato in lavori di manutenzione sull'alto della ciminiera di un opificio industriale ad oltre quaranta metri di altezza, forse in un momento di disattenzione o per una tragica fatalità, era precipitato al suolo andando a schiantarsi sul piazzale ed ogni tentativo di portargli soccorso era risultato inutile: una delle tante vittime di incidenti sul lavoro. La giovane vedova, dopo aver pianto tutte le sue lacrime, quando finalmente il bambino era venuto alla luce, lo aveva battezzato con lo stesso nome del padre, per onorare la memoria del marito e lo aveva cresciuto lontano dal paese di origine di lui, verso il quale ella non nutriva alcun motivo di attrazione o di affetto. Frattanto trascorrevano velocemente gli anni, e della vicenda di Alfio non si parlava più al paese di origine: i suoi compagni d'infanzia si erano dispersi per il mondo, ciascuno seguendo la propria strada e, tranne l'anziana madre che tutte le domeniche si recava al cimitero per rinnovargli i fiori sulla tomba, sembrava che tutti in paese lo avessero dimenticato; nella memoria collettiva di chi aveva conosciuto Alfio egli era diventato semplicemente uno dei tanti che erano partiti dal paese per il loro destino: figurarsi per chi non lo aveva nemmeno conosciuto, e tanto meno si seppe più qualche notizia di quel bambino nato all'estero e che portava il suo nome. Poi quasi venti anni dopo, senza alcun preavviso in una giornata d'estate, quando scendono in Italia dal nord Europa le ondate dei turisti alla ricerca del sole, a cavalcioni di una imponente motocicletta sportiva di marca giapponese con targa del Lussemburgo, arrivò in paese un giovane sconosciuto. Girò per le strade, chiedendo notizie in un italiano stentato di Alfio, della sua casa e della sua famiglia: Alfio junior era tornato alla ricerca delle sue radici. Dopo aver trovato, conosciuto ed abbracciato una nonna della quale aveva solo immaginato l'esistenza, il giovane continuò a percorrere per qualche giorno le strade sulle quali aveva mosso i primi passi suo padre, ammirò i panorami luminosi di cui il padre aveva portato sotto il cielo grigio del Lussemburgo i ricordi, scorrazzò con la motocicletta attraverso la campagna dove il padre aveva cacciato i nidi in primavera e sui prati di Valmare, dove suo padre aveva raccolto i funghi, bevve l'acqua fresca dalle fontane alle quali aveva bevuto vent'anni prima suo padre. Poi, dopo qualche giorno, il piccolo italiano era ripartito da questa che avrebbe dovuto essere la sua terra, ma non lo era mai stata ... i suoi affetti e le sue radici ormai sono altrove.
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