L'ECO del Serrasanta |
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Vita vissuta |
STORIE DI EMIGRANTI (7)
La vicenda triste di Bruno
de Scatizza
di Valerio Anderlini
Nato alla fine degli anni '20, durante il periodo bellico aveva frequentato le scuole tecniche a Foligno, forse cullando il sogno di non trascorrere la vita nei lavori manuali come tutti facevano in paese, e per il suo carattere i condizionamenti della quotidianità paesana si sarebbero rivelati ben presto anacronistici. Fra le memorie d'infanzia lo ricordo come un individuo irrequieto, sempre in movimento, ed uno strano modo di camminare spedito, a scatti e a grandi passi, sui tacchi e le piante dei piedi come i podisti, forse per apparire più alto. Anche in una piccola comunità a misura di uomo come la nostra, non ricordo di aver mai avuto rapporti con Bruno il quale, di vari anni più adulto, viveva il periodo dell'adolescenza tipico dei ragazzi che, per sembrare grandi, non dànno confidenza ai più piccoli, mentre conservo ancora nitido nella memoria il ricordo di un breve incontro, nell'autunno del 1941 quando avevo appena quattro anni, con il padre soprannominato Scatizza Erano i giorni in cui i gerarchi fascisti locali, per contribuire alla battaglia del grano a sostegno dello sforzo bellico, avevano inventato l'iniziativa senza criterio di mettere a coltivazione i terreni incolti ed abbandonati coperti di cespugli e ginestre sulle pendici dell'Appennino, pensando di aumentare la produzione, e i contadini erano stati precettati come "volontari" con i loro aratri a trazione animale, per l'aratura delle colline brulle della Capralina e la loro preparazione alla semina. Incontrai Scatizza sulla strada di Riosecco, mentre tornava sudato e affaticato dalle sue "prestazioni volontarie", imprecando contro chi lo aveva mandato a fare quel lavoro; con l'ingenuità di un bambino mi feci avanti chiedendo "Sestì, che v'è successo?". E lui di rimando: "vì que m'è successo, stì delinquenti m'hanno mandato a lavorà a monte ho incocciato sul duro con la perticaia e ho rotto la gumera; guarda che danno!". Anche se avevo solo quattro anni, sapevo già per esperienza familiare cosa potesse significare; ed ovviamente anche il raccolto della Capralina, trebbiato sulla piazza di Gualdo Tadino nel luglio 1942, doveva rivelarsi un analogo disastro. Non ricordo se Sestilio visse a sufficienza per vedere la fine della guerra. Sta di fatto che il figlio, che correntemente chiamavano tutti Bruno de Scatizza, quando finalmente il paese era tornato alla normalità, si era trovato a convivere con la madre e lo zio "Mettemano", un fratello celibe del padre, dal volto butterato fin dall'infanzia dai segni del vaiolo, e con nessuna intenzione di fare il contadino: in fin dei conti aveva frequentato le scuole tecniche. All'inizio degli anni '50 pertanto, a vent'anni, non trovando di meglio nell'Italia ancora distrutta, aveva deciso di emigrare in Francia come altri compaesani, o forse con qualche speranza in più, rispetto agli altri che si accontentavano di un lavoro qualsiasi. C'era stata subito una storia di cuore con una donna francese, con la quale aveva messo su famiglia, e dalla quale aveva avuto una bambina, ma la cosa non era durata per il meglio e ben presto Bruno si era ritrovato solo e con difficoltà d'inserimento in un mondo che sentiva ostile, o quanto meno chiuso alle sue ambizioni. Egli aveva allora lasciato la Francia industriale del nord-est, per spostarsi sulla costa azzurra, alla ricerca di un'occupazione consona al suo spirito irrequieto, ma anche qui, nell'ambiente pervaso dagli immigrati nordafricani, si era trovato subito a disagio, tanto che aveva finito per spostarsi in Liguria, ma senza troppa fortuna se, in quei periodici ritorni al paese per il periodo estivo e per le festività di fine anno, che per tutti gli emigranti erano anche occasione di esibire auto fiammanti - magari noleggiate per la circostanza - egli era il solo a rientrare sempre con il treno, povero come era partito, mentre gli altri più fortunati o più laboriosi di lui si contendevano l'ammirazione degli amici. I ritorni a casa quindi si erano fatti sempre più rari e circolava in paese la voce che egli si fosse adattato a vivere secondo canoni che non trovavano l'approvazione delle comari, frequentando le case da gioco e ambienti non raccomandabili, che solo a nominarli facevano scandalo, e Bruno avallava queste dicerie vivendo quasi con vergogna quelle brevi e rare parentesi che si concedeva in famiglia. Finché un giorno il cicaleccio delle comari, che sciacquavano la biancheria presso il lavatoio, fu arricchito dalla notizia che nella notte Bruno era arrivato per far visita alla vecchia madre, o forse più verosimilmente per prelevare da casa le sue ultime cose che poteva portar via; poi il cicaleccio si era incarognito con i particolari che egli, per evitare di incontrare qualcuno percorrendo le strade del paese, aveva seguito una scorciatoia lungo il fiume passando attraverso gli ortacci, e che poi era ripartito alla chetichella, facendo la stessa strada. Nessuno lo ha più rivisto, fu l'ultima volta che tornò al paese e qualche tempo più tardi giunse la notizia della sua prematura scomparsa: la sua vicenda sfortunata era giunta all'epilogo.
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