L'ECO del Serrasanta

 

N. 10 - 27 maggio 2001

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Storie vissute

STORIE DI EMIGRANTI

"Checchine" al ballo angelico

di Valerio Anderlini


Checchine, lo chiamava la madre, una donnetta di origini abruzzesi capitata dalle nostre parti al seguito di un emigrante sposato in America, rientrato in Italia nel 1920, e che aveva sempre trovato difficile il nome giusto di Francesco, con cui il parroco lo aveva battezzato ed il marito lo aveva iscritto all'anagrafe.

E Checchine, ultimo rampollo di una famiglia con quattro sorelle più adulte, fin dalla gioventù non poteva non provare un precoce interesse per il mondo femminile. La sua prima avventura l'aveva avuta nei primi giorni del dopoguerra a Perugia, dove non ancora ventenne si trovava per lavoro, e da dove si era portato a casa una straniera di facili costumi che però la vecchia madre, ligia alla stretta osservanza delle regole in fatto di matrimonio, non aveva voluto a dormire sotto il suo tetto, imponendo a Checchine di rispedirla dove l'aveva trovata.

Poi, quando si erano riaperte le frontiere per l'emigrazione all'estero, per sfuggire alla vita di ristrettezze legata alla coltivazione di pochi palmi di terra insufficienti a sfamare le troppe bocche della famiglia, Checchine aveva iniziato la sua storia di emigrante. Come tanti altri della sua generazione, arrivato in Belgio, era finito nelle miniere di carbone, passando le sue giornate lavorative in fondo ai pozzi ad estrarre dalle viscere della terra l'oro nero, e dai quali usciva alla fine del turno coperto di polvere nera impastata al sudore, che egli continuava a sputare con disgusto anche nelle ore libere. Ma lui era venuto per lavorare, fare un gruzzolo da inviare a casa, perché aveva promesso al padre ed alla madre che i primi denari guadagnati li avrebbe spediti alla famiglia affinché potessero comprarci un paio di vacche, necessarie alla lavorazione dei campi, liberandoli dall'onere delle "vacche a soccio" finora utilizzate con la non disinteressata disponibilità di un grosso commerciante di bestiame.

Nella Liegi cosmopolita e poliglotta del dopoguerra, dove le ricchezze del bacino minerario attiravano immigrati da ogni angolo d'Europa, lui partito dal piccolo paese appenninico dove non c'era niente, era rimasto sperduto e affascinato dallo scintillio delle vetrine, dai locali notturni, dalle belle donne che animavano la vita notturna, tutte cose che facevano parte di un altro mondo e che egli guardava come un sogno proibito.

Il lavoro era improbo, ma i guadagni erano sostanziosi e, dopo essersi sistemato, Checchine ben presto scrisse a casa che alla fine del mese avrebbe potuto spedire quelle 450.000 lire necessarie per l'acquisto delle vacche, come aveva promesso. Poi una sera, dopo aver riscosso la paga, si era concesso il lusso di girovagare per la città in compagnia di alcuni amici, recando il suo gruzzolo che all'indomani avrebbe spedito a casa; ma da cosa nasce cosa, e alla fine si era lasciato tentare: sentendosi ricco, aveva deciso di avvicinarsi a quel mondo proibito e fascinoso che tante volte aveva accarezzato nella fantasia, un regno di belle donne discinte ed ammiccanti, tanto diverso dal buco nero della miniera nel quale trascorreva le sue giornate. Varcata la soglia, si era mescolato agli avventori di un locale notturno affollato all'inverosimile, e aveva scoperto che vi si praticava niente di meno che "il ballo angelico", con uomini e donne completamente nudi abbandonati alle danze: un'orgia che aveva dell'incredibile agli occhi attoniti di Checchine, che perse la testa e, spogliatosi anche lui, si era gettato nella mischia dove il nero del sudore dei minatori non era di impaccio alla generosa disponibilità delle danzatrici con le quali si accompagnava al bouffet, uno dei tanti, senza remore e senza chef da riverire ed ossequiare.

Ma come tutti i sogni anche quello di Checchine era destinato a sfumare nella realtà; quando la commessa gli aveva presentato il conto era trasecolato: il costo delle consumazioni tradotto in lire superava di gran lunga l'importo corrispondente alle sue 450.000 lire che all'indomani aveva contato di spedire a casa. Monsieur, - si era sentito apostrofare - quando si viene in questi locali…., ed era stato tirato per la collottola da una parte dove, dopo avergli consentito di rivestirsi, gli avevano sequestrato il cappotto e l'orologio, facendolo poi accompagnare alla porta da un buttafuori, un poveraccio come lui che guarda caso, era un italiano e che, leggendo nel suo sguardo disperato e implorante, gli mise in mano i 10 franchi necessari a comprare il biglietto del tram per tornare all'alloggiamento.

E quella sera Checchine ebbe un'amara incombenza: prese carta e penna e cominciò a scrivere "Cari genitori, purtroppo per adesso non posso mantenere la promessa di comprarvi le vacche, perché sono caduto ammalato…."; dopo una settimana laconica gli giungeva la risposta del padre "Caro Checchine, non te ne fare una pena, l'importante è che tu stia bene"; anche lui, a 20 anni, da emigrante in America, aveva avuto le sue malattie.

 

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