L'ECO del Serrasanta |
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Storie di ieri e di oggi |
STORIE DI EMIGRANTINanne e la sigaretta
di Valerio Anderlini
Si chiamava Giovanni, ma per quell'abitudine diffusa nel paese di affibbiare a tutti un soprannome, nell'uso corrente lo chiamavano Nanne della Marra, che forse stava ad indicare un nomignolo di derivazione materna. Nato ai piedi dell'Appennino alla fine dell'Ottocento, in una famiglia usa a trarre i mezzi di sussistenza dalla grama agricoltura praticata su microappezzamenti di terreno che, per la scarsa fertilità e per i metodi di coltivazione antiquati in atto ancora agli inizi del '900, davano raccolti appena sufficienti a sopravvivere, seguendo l'ondata migratoria verso gli Stati Uniti d'America di moda fra i suoi coetanei, aveva tentato anche lui la fortuna nel nuovo mondo, uno dei tanti con la valigia di cartone, tanta voglia di lavorare ed un carico di speranze ed illusioni. Nanne aveva lasciato in paese un mondo di affetti dal quale non si sarebbe mai staccato, nonostante il salto che lo aveva portato in un mondo completamente diverso da quello in cui era cresciuto, e nel quale non si sarebbe mai amalgamato. Era finito in uno dei campi carboniferi della Pensylvania dove - lui abituato all'aria pura e salubre dell'Appennino gualdese - era stato costretto a diventare un "carbonino", cioè un cavatore di carbone che trascorreva le sue giornate nelle viscere della terra ad estrarre quell'oro nero che, oltre a colmare i carrelli che erno avviati in superficie, in particelle finissime veniva aspirato e si accumulava nei suoi polmoni; anche se non era restato estraneo a qualche baldoria con gli amici, l'unica cosa nuova che aveva assimilato del nuovo mondo era stato il gusto per quella sigaretta ristoratrice, con la quale si era abituato a disintossicarsi dalla posiera che respirava tutto il giorno e dalla quale tentava inutilmente di liberarsi espettorando dai bronchi un catarro sempre più nero. C'erano stati i primi guadagni e Nanne aveva inviato puntualmente alla famiglia le sue "rimesse", che il padre aveva investito con cura per ingrandire la casa e allargare la proprietà, acquistando altri fazzoletti di terreno nella prospettiva che, quando il figlio sarebbe rientrato in Italia, avrebbe potuto godere del frutto del suo lavoro all'estero: altri sassi da zappare e rotolare con l'aratro nella zona del Riosecco, Campitofo e Campomaggio, dove la coltivazione dava redditi irrisori. Ma l'orizzonte era quello e, nell'ottica del momento, nessuno aveva osato ipotizzare che emigrazione potesse significare anche distacco definitivo; pertanto si partiva per far gruzzolo e ritornare. Dopo qualche anno, ai tempi della prima guerra mondiale, Nanne ne aveva avuto abbastanza di fare la vita del topo e, rispondendo al richiamo degli affetti familiari, era rientrato a casa per riprendere il suo posto in famiglia, giusto in tempo per veder morire gli anziani genitori; e, con l'ormai immancabile sigaretta, era tornato ai suoi campi ed alla vita migragnosa che aveva conosciuto nell'infanzia, spezzandosi la schiena seguendo in avanti e in dietro l'aratro nel lavoro dei campi, durante gli anni del fascismo e della guerra. Quando erano arrivati gli Americani aveva rivissuto per un attimo gli anni della giovinezza sfoggiando con essi il suo linguaggio appreso nel mondo dei minatori e, ormai avanti negli anni, parlava con nostalgia di quell'esperienza come di un ricordo lontano. Poi, più tardi, Nanne aveva preso la consuetudine di passare il tempo libero nei pomeriggi oziosi a raccontare, mettendo a confronto esperienze e tecnologie con gli emigrati in Lussemburgo della nuova generazione, che, quando egli sentiva il bisogno di fumare contracambiavano la sua compagnia con qualche gauloise "spaccacaore". Quando poi non c'erano queste elargizioni che evocavano ricordi lontani, in alternativa egli, alle prese con le ristrettezze della quotidianità (non c'erano ancora le pensioni e non era facile racimolare gli spiccioli per le sigarette), dopo aver ricavato un po' di tabacco dalle "ciche" raccattate per strada, estraeva dalla tasca il libretto delle "Massime eterne" trafugato alla moglie e stampato su una carta sottilissima e, dopo averne staccata una pagina, ve lo arrotolava come in un rituale furtivo. Quindi si accendeva la sua sigaretta fatta in casa, aspirandone soddisfatto, nei polmoni già sufficientemente minati dalla silicosi e dalle intossicazioni nelle miniere di carbone, fumo di tabacco insieme al piombo della stampa, leggendo a modo suo Le Massime eterne, finché un tumore ne aveva compromesso definitivamente la capacità respiratoria.
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