L'ECO del Serrasanta

 

N. 6 - 25 marzo 2001

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Storia

COME ERAVAMO

Storie di emigranti: Renallo

Una vicenda di 87 anni fa

di Valerio Anderlini


Attorno alle vicende degli emigranti e del fenomeno migratorio che, all'inizio del XX secolo, interessarono in questo territorio migliaia di persone alla disperata ricerca di migliori condizioni di vita, è fiorita un'abbondante letteratura: testimonianze, documentazioni, ricordi, libri, perché tutto ciò che fa parte di questa esperienza dolorosa non vada perduto. E' stato un fenomeno complesso, chiuso in numerosi casi con un doloroso distacco definitivo, in altri con rientri drammatici.

In questa sede vogliamo raccontare una di queste vicende di "forzati al rientro", un caso sconosciuto ai più, ma forse emblematico del più ampio fenomeno di cui furono protagonisti tanti altri; è la storia di "Renallo", ed è maturata ai tempi dello scoppio della prima guerra mondiale.

Nel 1912 la riforma del sistema elettorale aveva esteso il diritto di voto a tutti i cittadini di sesso maschile, che avessero effettuato il servizio militare; era tuttavia un provvedimento al quale gran parte dei nuovi elettori, per le condizioni di miseria e di ignoranza, non erano preparati. Nonostante gli sforzi del nuovo stato unitario per imporre la scolarizzazione, infatti, restava considerevole il numero degli analfabeti e soprattutto mancava nella generazione di chi era stato sempre escluso dalle decisioni la cultura e la consapevolezza del ruolo che aveva assunto in una società che restava organizzata tuttora su forme di paternalismo illuminato.

In questo contesto il collegio elettorale che comprendeva il nostro territorio era stato terra di conquista per un nobile piemontese residente a Torino, il conte Alberto Theodoli, il quale, avvalendosi dell'appoggio di qualche grande elettore locale, era venuto a raccogliere consensi a piene mani da gente che egli non aveva mai visto e che non aveva mai nemmeno sentito il suo nome; fra questi anche quello di Renallo, uno dei tanti emigranti stagionali che raggiungevano la Francia, ove per effetto della rivoluzione industriale c'era per tutti possibilità di lavoro. Quando scoppiò la prima guerra mondiale, nell'estate del 1914, l'Italia era formalmente membro della 'Triplice alleanza", insieme alla Germania e l'Austria; quantunque essa inizialmente avesse dichiarato la propria neutralità nel conflitto, gli emigranti italiani risultarono improvvisamente invisi ed inaffidabili ai francesi perché alleati virtualmente con i tedeschi che, a loro volta diffidavano degli alleati italiani perché restati neutrali.

Nelle zone interessate alle operazioni militari, da cui per obiettive ragioni di sicurezza era già necessario spostarsi in altre più tranquille, questa situazione determinò un allontanamento generalizzato dei lavoratori italiani che furono caricati su convogli ferroviari senza preavviso a centinaia, accompagnati alla frontiera e scaricati alla stazione di confine, con i soli abiti che indossavano e senza mezzi di sussistenza.

Renallo si era ritrovato quindi, con tanti altri alla stazione di frontiera, alle prese con i problemi della sopravvivenza. In mancanza di altre prospettive, insieme decisero di raggiungere Torino, la città del deputato Theodoli, che avevano contribuito ad eleggere al parlamento con il loro voto, fiduciosi di rivolgersi a lui con la speranza di trovare una mano amica.

Raggiunta a piedi la città, dopo aver vagato a lungo in cerca del palazzo del conte, quando finalmente si presentarono al portone affamati e stanchi, esposero timorosi il proprio problema; li attendeva tuttavia un'amara sorpresa: il nobile piemontese seccamente rispose: "Io non vi conosco … Chi siete? Ah, sì, i miei voti in Umbria, a Gualdo Tadino, ora ricordo ma io non vi debbo nulla … perché quei voti io li ho pagati". E il portone si richiuse impietosamente prima che si potesse replicare. E' una storia vera, una storia di povera gente, che può aiutare a capire perché e come il XX secolo abbia trasformato un paese di santi ed eremiti in un paese di arrabbiati.

 

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