Una esperienza professionale appena conslusa
L'ex primario del reparto pediatria ci parla della sua esperienza professionale appena conclusasi
Da L'ECO del Serrasanta - N. 1 - 12 gennaio 1997
Siamo andati a trovare il dottor Vincenzo Pennoni
nella sua residenza per farci raccontare gli aspetti più salienti, gli aneddoti che
ricorda simpaticamente o meno, le impressioni e farci dare consigli per chi vorrà
intraprendere la sua stessa strada. La sua carriera iniziò precisamente nel 1957 aprendo
per la nostra città una via per la Pediatria: infatti il dottor Pennoni è stato il primo
a intraprendere questa via che si affiancava alla figura di medico "tuttofare".
D.: Come mai lei, giovane studente, tra le diverse specializzazioni, 40 anni fa ha scelto proprio la pediatria?
R.: Ritengo che come per gli altri studenti è stata importante la predisposizione naturale, infatti già al quarto anno di medicina avevo effettuato la mia scelta iniziando a frequentare la cllnica pediatrica di Perugia. Quindi senza dubbio ha influito la predisposizione naturale al rapporto con i bambini.
D.: Cosa ci può raccontare della sua lunga esperienza di primario di pediatria all'ospedale di Gualdo?
R : Gli inizi come medico, e solo successivamente come primario, non sono stati facili anche perché la patologia pediatrica di molti anni fa era senza dubbio più grave come frequenza e intensità. Ho trattato per circa venti anni da solo tutti i casi che si presentavano nel comprensorio: malattie oggi quasi dimenticate avevano la loro importanza per incidenza e gravita, non erano infrequenti i casi di difterite o poliomelite - parlo degli anni 60-61 -, dove anche la mortalità infantile era molto più alta di oggi: faccio l'esempio di malattie che a prima vista potevano sembrare semplici influenze e nel giro di una sola notte poteva avvenire la paralisi di un bambino. Considerando di essere stato praticamente l'unico o perlomeno tra i primi, si può dire che si è aperta una strada ad una figura professionale e non solo. Senza esagerare posso parlare di periodo eroico pieno di responsabilità e di preoccupazioni anche considorando la mole del lavoro e gli scarsi punti di riferimento. Ho iniziato come assistente a medicina perché non esisteva a Gualdo ancora una divisione a se stante, poi sono diventato aiuto dirigente di sezione di pediatria aggregata alla medicina e nel 1976 abbiamo potuto aprire il reparto pediatria vero e proprio.
D.: Come è cambiata la figura del medico durante la sua esperienza lavorativa?
R.: Agli inizi del mio lavoro la gente aveva più fiducia nel medico, si apprezzava il lavoro per quello che umanamente era possibile fare e la gente questo lo capiva: forse era anche meno sensibilizzata dai mass media, l'informazione medica era appannaggio del dottore e la cura era decisa da quest'ultimo, senza lasciare il parere al sentito dire o al vicino di casa o al parente che stava a Roma. Si lavorava effettivamente con stress, ma la soddisfazione di tornare a vedere un figlio in salute era ed è tanta. Per concludere questo argomento ritengo che una informazione superficiale e incompleta sulla scia del "siamo tutti dottori" ha un po' offuscato questa immagine professionale; a volte si lavora con il terrore o perlomeno non con la serenità necessaria. Oggi ricevere una denuncia per imperizia non è così difficile, quindi si lavora meno bene e al primo accenno di problema si ricorre ad una miriade di consulti a volte eccessivi. Comunque non colpevolizzo la troppa informazione, ma sottolineo la correttezza come sua saliente caratteristica.
D.: Ricorda tra i tanti aneddoti uno che lo ha colpito in modo particolare?
R.: Per riallacciarmi all'argomento appena trattato, ricordo la vicenda della morte di un neonato prematuro i cui familiari mi vennero a portare un regalo il giorno successivo, apprezzando quello che di umanamente possibile ero stato in grado di fare con grande rispetto del lavoro fatto. Se fosse successo oggi, forse avrei ricevuto la visita dell'avvocato di quella famiglia.
D.: Secondo lei quali sono le qualità professionali e umane per essere un buon medico?
R.: Prima di tutto deve essere la propria predisposizione e non pensare di fare il medico per denaro perché, oltre che moralmente inaccettabile, in definitiva i compensi di un assistente in ospedale eguagliano quasi quelli di un operatore ecologico, considerati anche tutti gli anni di studio necessari e le spese spesso a carico della famiglia. Per quanto riguarda la specializzazione, deve essere una scelta dettata anch'essa dalla propria predisposizione con la valutazione preventiva degli inconvenienti della scelta stessa; non secondaria, poi, è la volontà di aggiornarsi considerando anche la velocità con cui oggi la scienza avanza. Dal punto di vista umano è importante avere le coscienza dei propri limiti; anche se posso affermare che l'ospedale di Gualdo per i suoi quattro reparti base è molto efficiente e i medici all'altezza della situazione. Infatti questo piccolo ospedale può tranquillamente trattare più del 90% della patologia registrata nella comunità che non è limitata a quella di Gualdo. Per quanto riguarda la pediatria, poi, sono lieto di poter affermare l'efficienza e la competenza di questo reparto considerando che il 60% dell'utenza viene da fuori Gualdo, specialmente dalle Marche. Inoltre la pediatria del nostro ospedale è stata riconosciuta Centro regionale per la fibrosi cistica, conteso anche dall'Università. Tale riconoscimento non può che darci lustro.
D.: Quanto l'esperienza con i bambini l'ha aiutato nella vita personale?
R.: Indubbiamente molto, anche se non è possibile descrivere quello che il sorriso di un bambino può donarti, in modo particolare quando il bambino è malato l'apprensione di un genitore, ma non solo, può essere molto forte, nell'intento di proteggere un essere indifeso e che rappresenta una parte di noi. Quindi l'esperienza con i bambini non ha fatto altro che rafforzare il mio senso della famiglia.
D.: Quale è il suo principale rammarico dopo aver lasciato l'ospedale?
R.: Senza dubbio l'aver visto togliere nel Piano Sanitario Regionale (che dovrà ancora andare a partecipazione) il punto nascita che peraltro una commissione di esperti inviata dalla Regione stessa aveva reputato idoneo e funzionale. Sapere che in Umbria saranno autorizzati ben undici punti nascita e vederne escluso il nostro ospedale con la sua posizione geografica così difficile dal punto di vista climatico (lo abbiamo sperimentato in questi giorni) e viario, con la sua dimostrata efficienza in rapporto ai bisogni di una popolazione assai più vasta di quello che può comportare il suo hinterland naturale, crea un senso di dolorosa sorpresa. Purtroppo sono stati determinanti la mancata reintegrazione del personale medico e paramedico del reparto ostetrico in tempi in cui ciò era ancora possibile. A questo si aggiunga il troppo rumore fatto da parte di tutti intorno a tali vicende causando un ingiustificato panico, per cui molte utenze hanno dirottato verso altri nosocomi. Ritengo, comunque, che si possa ancora tentare di salvare il salvabile, sempre che vi sia la volontà politica di farlo (e di ciò non dubito a livello locale), ma con urgenza.
Cristiana Dragoni